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Muoiono anche loro come noi. Anche loro vengono sepolti nei cimiteri comuni, nelle fosse oppure negli ossari e nei loculi. Per alcuni si celebra un funerale secondo le regole occidentali, per altri invece i parenti preferiscono rispettare la tradizione che in Cina viene chiamata “festa bianca”. Le voci italiane e straniere che fanno degli immigrati cinesi degli immortali sono più che altro una leggenda metropolitana. Partita da Parigi negli anni 70, dove la presenza della comunità asiatica era ed è tuttora particolarmente significativa, la storia del popolo che non muore mai arriva fino all’Italia, passando per la Germania, i Paesi Bassi e San Francisco.

La considerazione da cui si parte è sempre la stessa: ma perché non si vede mai un funerale cinese? Che fine fanno i corpi dei defunti? E le supposizioni non fanno che alimentare il mistero. C’è chi pensa che i corpi dei morti vengano sciolti nell’acido, chi teme di averli già mangiati e digeriti in un involtino primavera e chi invece crede di aver scoperto nuove cosche mafiose, scambi di documenti e chissà quali altri giri di malavita. Ma le cose (per fortuna) sono molto più semplici. Nell’articolo di Hahn Hoang pubblicato sul sito http://www.goldsea.com, si legge che a divulgare questo falso mito negli anni 80 sarebbero stati proprio gli studiosi di lingue e civiltà orientali residenti a Parigi.

Marie Holzman, scrittrice e sinologa nel suo libr Asiaa Parigi (1985) si domanda ironicamente se i cinesi non abbiano raggiunto l’immortalità perché cresciuti a riso e ginseng, e sostiene (e qui senza scherzi) l’ipotesi del passaggio di documenti dei deceduti per l’ingresso illegale di altri connazionali. Le autorità parigine prendono sul serio la signora Holzman e aprono un’inchiesta. Il risultato dà torto alla studiosa: il tasso di mortalità cinese a Parigi risulta così basso perché il 71% della popolazione immigrata nella città è sotto i 35 anni e solo il 3% raggiunge i 65 anni. Le voci però non si fermano e arrivano in Italia.

A Torino nell’agosto del 2000 viene presentata un’interpellanza dal consigliere comunale Giuliana Gabri che invita il sindaco e l’assessore della città ad avviare un’indagine sulla mancanza di decessi di persone di nazionalità cinese. A Milano, sul quotidiano La Padania del 25 settembre 2002 c’è scritto che il capogruppo del consiglio comunale e segretario provinciale Matteo Salvini ha sollecitato Prefettura e Questura a tenere sotto controllo le nascite e i morti della comunità di Chinatown. A Roma, sul Messaggero, un articolo del 5 dicembre 2002, dice che secondo i dati dell’anagrafe comunale il numero di cinesi residenti nella capitale con più di cent’anni arriva addirittura a 603. Un vero miracolo della natura!

«Si deve sfatare questo mito dei cinesi che non muoiono mai – spiega Daniele Cologna, ricercatore dell’area immigrazione straniera presso il Centro Studi Ricerca Synergia di Milano -. È una questione che non ha fondamento. Non c’è nessuna ragione perché ci si ponga il problema solo per loro e non per gli altri immigrati. Si devono guardare i dati statistici sui residenti della città di Milano». Ed effettivamente, le tabelle dell’ufficio anagrafe milanese parlano chiaro. Secondo un esame dell’evoluzione demografica dal 1997 al 2001 dei residenti filippini, egiziani e cinesi a Milano, non c’è alcuna differenza di rilievo nella mortalità di questi tre gruppi (nazionali di immigrati). Il tasso medio di mortalità per mille abitanti tra cinesi e filippini è identico (0,6‰) e quello degli egiziani si discosta di poco (0,8‰).

«La ragione sta nel fatto che la maggior parte degli immigrati cinesi sono molto giovani – continua Cologna -. Il boom del fenomeno migratorio verso l’Italia è avvenuto negli anni 80 quindi è ragionevole pensare che non ci siano stati ancora così tanti decessi».
Delle tre popolazioni, egiziana, filippina e cinese, quest’ultima è nettamente la più giovane. I dati relativi a Milano al 31.12.2002 indicano che il 28% degli immigrati cinesi su un totale di 10.919 ha meno di 17 anni. Questo significa che più di un cinese su tre residente a Milano è minorenne. Ma la storia non finisce qui. Quanti sostengono di non aver mai visto una lapide di un cinese nella nostra città non hanno forse sfruttato a pieno le potenzialità della tecnologia. La ricerca per Milano è piuttosto semplice. Basta recarsi in un cimitero, digitare un cognome come Cheng o Chu sul computer d’accoglienza per trovarne parecchi. Tumulati e sepolti, nelle nostre stesse cellette.

Chen Chia Chun, Chen Chia Lin, due fratelli, di sesso maschile. Morti entrambi l’8 gennaio 1976. Fossa 565, Cimitero Maggiore. Chen Io Chu, data del decesso 11 settembre 1962, condivide la tomba insieme alla sua signora Giuseppina Milani, italiana. Cimitero Maggiore.
“Sei sempre nei nostri cuori. Moglie e figlie” è la scritta incisa sul marmo del loculo di Yan Sang Kam, morto l’11 settembre 2002. Cimitero di Lambrate. Il nome di Cheng Jie invece è ancora su un pezzo di carta, appiccicato malamente alla lastra di marmo nell’ossario n. 1066. È un ragazzo giovane, morto nel ‘99 a soli 26 anni. Cimitero di Lambrate. La signora Tsu Wan Shan è stata la più longeva di tutti. Ha superato i novant’anni. Se ne è andata qualche mese fa, il 1 settembre 2004. Il suo loculo è già perfettamente in ordine. Fiori, scritte e una fotografia che la ritrae bella e sorridente. Cimitero di Lambrate. Dong Wenhang e Chen Jinkuai invece sono un po’ fuori mano. Cimitero di Bruzzano, provincia di Milano. L’elenco non è finito: Chang Tong Ma, Chen Ju Ta, Chang Mei Cheng, Chen Cheng Sung, Jang Jyi Ming. E chissà quanti altri.

«È vero che alcuni tornano a morire in Cina, ma solo se sono gravemente malati», spiega il dottor Wen Wei Hau, laureato in medicina a Pechino. Ora vive a Milano da sette anni e ha aperto un’erboristeria (che corrisponde a una nostra farmacia) nel cuore di Chinatown, in via Aleardi. «La diagnosi di una malattia come il tumore nel nostro paese è immediata. Qui invece si deve aspettare mesi prima di poter avere un appuntamento dal medico – continua il dottore -. Questa è la ragione per cui la gente preferisce andare via dall’Italia per farsi curare». Wen Wei ha moglie e figli e se pensa alla sua morte, la vede qui, in questa città. «Perché non dovrei morire dove ho trascorso la maggior parte della mia vita insieme alla mia famiglia?».

Lui non vuole certo farsi bruciare come succede in Cina. In realtà, ammette Wen Wei, i cinesi non amano questo rituale e preferiscono un funerale ‘normale’ in abito scuro con tanto di prete, bara, cerimonia e cimitero. Proprio come noi. E che riposino in pace.

(Giulia Guerri)

Questo articolo intitolato Noi cinesi, comuni mortali – Cologna: «Un mito da sfatare» è stato pubblicato l’ 11 marzo 2005 nella rubrica “Leggende metropolitane” del sito web MAG – Quotidiano online della Scuola di giornalismo della Università Cattolica di Milano.
Il sito MAG è scomparso, ma la traccia di questo articolo è rimasta in rete, seppur in maniera incompleta.
Visto il suo oggettivo interesse documentario, sociale nonchè politico, e la difficoltà di reperirlo on line nella sua compiutezza, ho ritenuto opportuno ospitarlo qui, in modo da renderlo indicizzabile sui motori di ricerca, a perenne scorno di tutti gli xenofobi nostrani.
Questo era il link alla pagina originale ora non più esistente ma recuperabile tramite un motore di ricerca che archivia le pagine scomparse: ecco la pagina recuperata.

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