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Tesserino di riconoscimento di Mario Castelvetro (1946)

Tesserino di riconoscimento (1946)

“Tutti i giovani del Littorio, fin dai primi anni d’età, sono addestrati militarmente. Col passaggio ai ranghi superiori, l’istruzione militare si specifica e si definisce tecnicamente. All’età delle armi, il giovane fascista, che per un lungo volgere di anni la G. I. L. ha educato, istruito e addestrato, entra nell’Esercito come un soldato già forgiato, preparato all’uso delle armi che gli saranno affidate e con lo spirito disciplinato ed entusiasta”: così scriveva Achille Starace nel suo libro “Gioventù Italiana del Littorio” (1939).

Mario, come ogni ragazzo della sua età della sua generazione, era tenuto a fare quelle che erano conosciute come le “premilitari”.

La sua classe, quella del 1921, era stata richiamata alla leva militare e, con la entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, presto sarebbe stato richiamato alle armi: dovendolo fare, aveva deciso che l’avrebbe fatto a modo suo, cioè dall’alto di un aeroplano.

Nell’estate del 1940, ancora studente alle scuole magistrali, inizia a frequentare la scuola preaeronautica di volo presso la R.U.N.A. (Reale Scuola Nazionale Aeronautica) di Ravenna, conseguendo pochi mesi dopo il brevetto di pilota di aliante: il suo primo volo lo effettua il 12 giugno, due giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia.

Nel 1941 si diploma alle scuole magistrali, con molto impegno suo e dei genitori, presso l’istituto “G. Carducci” di Forlimpopoli, distante 15 chilometri di bicicletta da casa sua: era lo stesso istituto frequentato dallo studente Benito Mussolini.

Bei voti in storia e letteratura ma, se ben ricordo, era scarso in matematica… difatti ha sbagliato tutti i conti, diceva di lui Mario.

Quel titolo di studio gli permetteva di ambire al grado di ufficiale pilota.

Nell’attesa della chiamata, insegna come supplente a Pisignano (RA), finchè nel 1942 viene richiamato ad Orvieto per iniziare il corso di pilota militare, continuando nei mesi successivi presso l’aeroporto di Ampugnano (SI). Trascorre così alcuni mesi che le foto ricordo ci mostrano come piacevoli, se non addirittura allegri e spensierati.

Piloterà vari tipi di aeroplani, per lo più biplani maneggevolissimi ma tecnologicamente arretrati: Saiman 202, IMAM Ro 41, FIAT C.R. 30-32-42.
Ci addestravano al volo acrobatico, la tecnica di guerra degli aviatori italiani era quella, affermava, ma contro aerei più potenti, veloci e armati non bastava.

Dopo aver accumulato oltre 82 ore di volo consegue il 13 luglio 1943 il “brevetto di pilota militare su apparecchio CR 42” con il grado di Sottotenente, pronto per entrare in linea sul fronte.

Di quelli che erano partiti ne tornavano pochissimi…, raccontava.

Erano giorni caldi: dieci giorni dopo, il 24 luglio, il governo fascista sarebbe crollato e Mussolini arrestato.

Il brevetto di volo non fecero in tempo a consegnarglielo (gli verrà consegnato nel 1949) né entrò mai in linea di combattimento, perché l’8 settembre 1943 Badoglio proclamò l’”armistizio”, illudendo gli italiani che credettero di essere usciti finalmente dalla guerra.

Era all’aeroporto di Fano quel giorno: in un memoriale ricorda come non si sapesse cosa fare, gli ufficiali che si erano involati con gli aerei disponibili, un aereo tedesco che a volo radente spara una unica lunga raffica sul campo d’aviazione, una violenta lite tra due commilitoni divisi se rimanere coi tedeschi o combatterli.

Lui, non avendo opinioni in merito, decide di adeguarsi al clima ben descritto dal film “Tutti a casa”, avviandosi verso casa, a Castiglione di Ravenna, in abiti civili, scantonando i controlli tedeschi, con il rammarico di dovere abbandonare nelle mani di un sarto locale una bellissima pezza di stoffa con cui doveva farsi un completo…

Nei mesi successivi la situazione divenne progressivamente difficile: la Repubblica Sociale Italiana nei mesi successivi aveva emesso bandi di arruolamento sempre più ultimativi, così, rifiutando di tornare a combattere una guerra che solo i nazifascisti avevano voluto e volevano, decide di nascondersi. Per mesi utilizza un rifugio sotterraneo, una stanza scavata in mezzo ai campi coltivati, con una botola coperta dall’erba, assolutamente invisibile ma anche pericolosa perché con le piogge si riempiva di acqua. Era lì che la sorellina Anna, di 13 anni, gli portava tutti i giorni il cibo.

Con l’ultimo bando Graziani, alle soglie dell’estate del 1944, che stabiliva la fucilazione per i renitenti alla leva fascista, deve decidere da che parte stare. Quei mesi di forzato isolamento avevano generato nuove domande e nuove risposte. Alcuni giovani della sua età, suoi amici, avevano deciso di aderire alla nascente resistenza, che si faceva sentire nella sua zona con frequenti attentati ed attacchi ai nazifascisti. Il 1° maggio del 1944 entra “ufficialmente” a far parte del GAP (Gruppi di Azione Patriottica) di Castiglione di Ravenna. Il padre Giuseppe, repubblicano, non si oppone, il fratello Rino lo segue pochi mesi dopo.

Dagli scarni racconti, dai pochi appunti e dai “bollettini militari” della Brigata conservati a Ravenna è possibile ricostruire alcune azioni da lui compiute all’interno del suo GAP nel 1944: l’affissione di manifesti e bandiere partigiane il 1° maggio, la distruzione col plastico dell’ufficio della casa del fascio di Russi, di un camion del comando tedesco e dell’anagrafe di un Comune nel ravennate, il lancio di chiodi uncinati in strade trafficate, l’attacco sulla Statale Adriatica ad un autocarro tedesco in transito.

Che botta!, commentava.
Di quei momenti scriveva alla nipote Elena:

Tu forse mi vuoi chiedere: “Quanti nemici hai ucciso?”.
La guerra é il più grande e mostruoso crimine perche ti costringe in certi casi ad uccidere per non essere ucciso.
È più importante rispondere ad un’ altra domanda: “Quante persone hai salvato?
Eravamo nella pineta di Ravenna tra il Bevano ed il fosso Ghiaia…

e continuava narrando di quando in due diverse occasioni, sotto il fuoco tedesco, aveva salvato due compagni partigiani, uno ferito ad una gamba e l’altro con una gamba distrutta da una mina, salvandogli la vita.

Nel ravennate l’intera 28ª Brigata opererà in quell’estate oltre 400 azioni.

All’inizio della medesima estate, con la progressiva organizzazione del Comitato di Liberazione nazionale (CLN) e la creazione del CUMER (Comando Unico Militare Emilia-Romagna) la Brigata Garibaldi ravennate si strutturò, assumendo la denominazione di 28ª Brigata GAP “Mario Gordini”, suddivisa in vari distaccamenti, ognuno intitolato a martiri della Resistenza: Mario apparteneva al “Settimio Garavini”, in cui assunse il grado di vicecomandante di compagnia. Il suo comandante era Alberto Bardi, ex ufficiale, un artista, il cui nome di battaglia era “Falco”: per un curioso caso del destino era il medesimo nome in codice del Fiat C.R. 42… Anche Mario, in ossequio alle regole della clandestinità, aveva assunto un nuovo nome di battaglia: Loris.

A coordinare strategicamente quella inedita forma di “pianurizzazione” della lotta partigiana era Arrigo Boldrini “Bulow”, ex ufficiale anche lui, personaggio carismatico durante e dopo la Resistenza, il quale segnerà in modo indelebile la formazione umana e politica di Mario.

Con l’arrivo degli alleati nella sua terra, dopo la liberazione di Ravenna, il 4 dicembre 1944, Mario ha l’opportunità di rientrare nella aviazione cobelligerante italiana, cosa che un suo compagno partigiano – aviatore anch’esso – accetta di fare. Mario decide invece di continuare la sua battaglia assieme ai compagni della Brigata. Essa, invece di sciogliersi, avaeav preteso e ottenuto di poter continuare a combattere come brigata autonoma, alle dipendenze militari del comando alleato, accanto alle truppe del rinato Esercito Italiano.

Al comando era ancora Arrigo Boldrini, “Bulow”.

Durante l’inverno la linea del fronte si stabilizzò a cavallo del fiume Senio: continuarono ad esserci scontri ed incursioni, finché nell’aprile 1945 l’offensiva alleata riprese in forze.

Fu durante una perlustrazione, alla fine dell’inverno, che accadde l’episodio di Oscar Solfrini.

Erano in tre, lui, Ravaglia e Solfrini. Si fermano in prossimità di una casa colonica abbandonata al cui interno si intravvedevano borracce tedesche. Diffidenti della situazione, due proseguono oltre, Solfrini rimane. Dopo qualche minuto si sente un forte colpo. Il tempo di tornare e vedere che l’edificio era stato minato ed era esploso, scomparendo assieme a Solfrini, di cui rimanevano solo poche ciocche di capelli…

La guerra stava finendo in Italia, anche tanti tedeschi sono stanchi, se è vero che Mario può raccontare che io, ad esempio, catturai duecento tedeschi e li dovetti scortare fino al punto di raccolta, minacciando di sparare ad un ufficiale se qualcuno avesse rotto le righe della fila.

Un mese e mezzo dopo la fine della guerra, il 20 maggio, fu decisa la smobilitazione della 28ª Brigata, con una grande sfilata in piazza a Ravenna, con discorsi rivolti al recente passato e al prossimo futuro.

La guerra era finita veramente, incominciava la ricostruzione.

Ho preso la mia bella pistola tedesca e l’ho buttata nel Savio, diceva.

Nel clima da resa dei conti dell’immediato dopoguerra, riesce a trattenere l’ira della vittima di un noto fascista di Castiglione, che si limita ad infliggere il medesimo trattamento riservatogli oltre vent’anni prima: una bevuta di olio di ricino, dagli effetti devastanti per l’intestino.

Ma è anche testimone diretto di un caso drammatico. Baffè, un partigiano a cui era stata sterminata l’intera famiglia di contadini, informato della cattura di uno dei responsabili dell’eccidio, irrompe di forza nel carcere che lo custodiva, ed armi alla mano ne pretende la consegna, portandoselo via.

Nell’immediato dopoguerra, prima di intraprendere la sua professione di maestro elementare, viene nominato commissario per la gestione del problema delle case per i tanti senzatetto.

Avevo davanti all’ufficio due file distinte di persone: da una parte quelli che non avevano un alloggio e dall’altro i proprietari a cui avevo requisito l’abitazione, scriveva.

Fa anche parte come membro della giuria popolare della Corte d’Assise Straordinaria di Ravenna che giudicò i criminali fascisti, processi in alcuni casi terminati con la fucilazione dei condannati.

Gli viene riconosciuta una medaglia (una patacca, la chiamava lui), la “Croce al merito di guerra”, abbandonata nel cassetto della scrivania, sopra la quale campeggia una litografia che rappresenta un gruppo di partigiani ia bordo di una piccola barca verso l’isola degli Spinaroni, la nascosta base partigiana della “Gordini” nel delta del Po: la stessa stampa che ora si può vedere all’interno della capanna ricostruita nel medesimo luogo ove era.

La sua formazione politica era nata li, in quei luoghi, a rischio della vita, accanto agli amici morti uccisi da un governo fantoccio dei nazisti, in mezzo alla nuova democrazia che si praticava in quell’esercito di volontari in cui si discuteva con un commissario politico e si votava per nominare il comandante.

Una lezione politica di unità antifascista, di rigore morale, di rispetto per le istituzioni create dal popolo, di acuto senso della giustizia sociale, perché, diceva, abbiamo fatto la guerra perché volevamo la pace: una pace in cui si potessero manifestare le proprie idee liberamente secondo i principi della Costituzione per realizzarne gli obbiettivi, obbiettivi che Mario ha perseguito per tutta la vita.

 


L’articolo originale, scritto dal figlio Maurizio Castelvetro, è stato pubblicato sul mensile “La Piazza / della Provincia di Rimini” nel numero 10 del 2017.
Il testo qui pubblicato potrà subire variazioni rispetto all’originale, a seguito di precisazioni e correzioni emerse nel corso del tempo.
Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2017.

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