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Einsatzgruppe in Zdołbunów, Poland (today Zdolbuniv, Ukraine) shooting naked women and children from the Mizocz ghetto, Poland (today Mizoch, Ukraine).

[…] Himmler fece due visite ai comandanti degli Heinsatzgruppen [“Unità Operative” delle S.S. attive in Russia, N.d.r.] nel 1941, benché questi non dipendessero direttamente da lui ma da Heydrich nella sua qualità di capo della polizia di sicurezza.
Heydrich, tuttavia, fu assente dei suoi uffici durante le prime sei settimane della campagna di Russia, perché volava con la Luftwaffe, e dopo il 23 settembre rimase quasi sempre a Praga.
La prima visita di Himmler, in luglio o in agosto, fu dedicata a Nebe, che allora era a Minsk.
Qui il Reichsfürer delle SS volle assistere a un’esecuzione in massa.
Fu una cosetta da poco, ma che gli fece una tremenda impressione.
Perse quasi i sensi e si mise gridare istericamente, mostrando tutti segni di profondo turbamento.
Avrebbe persino voluto salvare un giovane ebreo perché avere capelli biondi e l’aspetto ariano.
Himmler diede allora a disposizione disposizioni a Nebe perché, avvalendosi della sua alta posizione nella polizia polizia tedesca, facesse studiare e introdurre dei metodi di sterminio più umani del plotone d’esecuzione.
I furgoni a gas che fecero la loro comparsa in Russia prima della fine di quell’anno e che furono i precursori del metodo normale di sterminio adottato negli anni 1942-44, furono la conseguenza di quell’incidente.
Dopo la guerra un cortometraggio, illustrante il funzionamento d’una camera a gas alimentata con i gas di scappamento di un autocarro, fu trovato nel vecchio appartamento di Nebe a Berlino.

Tre mesi dopo Himmler fece visita a Ohlendorf, allora a Nikolaiev, insieme con il capo della polizia di Quisling in Norvegia e mangiò alla mensa dell’Heinsatzgruppen.
Qui l’antica avversione di Himmler per Ohlendorf trovò nuovo alimento come venne a sapere che Ohlendorf aveva risparmiato le comunità ebraiche che lavoravano nelle fattorie collettive della zona di colonizzazione tra Krivoj e Kherson per non perdere il racconto.
E la cosa fu subito sistemata.

Himmler non era destinato ad assistere ad una vera esecuzione in massa, quale fu per esempio il massacro di 37.000 ebrei compiuto a Kiev in tre giorni soli, nel settembre 1941, a portata di voce e quasi in vista dei bei piazzali che guardano sul Dnieper.
Non mancano i racconti di testimoni oculari di episodi del genere, né le memorie di coloro che vi ebbero parte attiva; sono state anche conservate molte fotografie prese da soldati tedeschi, sebbene fosse severamente vietato.
Ma né da queste, né dai lugubri rapporti ufficiali dei comandanti degli Heinsatzgruppen, né dai loro interminabili evasivi discorsi sul banco degli imputati, si riesce a cogliere il vero orrore dantesco dei massacri.
Un resoconto merita, tuttavia, di essere citato per esteso, poiché proviene da un uomo non uso alle lettere, al quale però la commozione e l’orrore ispirarono parole e accenti che danno alla sua descrizione un valore letterario che essa conservò anche nella traduzione inglese presentata al processo di Norimberga [N.d.A. : Norimberga, documento PS 2992; IMT XIX, p. 457. Ho recato alcune modifiche alla traduzione inglese, che fu allegata agli atti del processo.]

L’autore è un certo Hermann Gräbe, un ingegnere del genio civile tedesco che lavorava per la Wehrmacht, un ingegnere del Genio Civile che lavorava in Ucraina, e l’episodio si svolse nella zona dell’aeroporto abbandonato di Dubno, il 25 ottobre 1942.

«Una vecchia dai capelli bianchi come la neve teneva in braccio un bimbo di un anno, e gli cantava qualcosa, facendogli solletico.
Il bimbo mandava gridolini di gioia.
I genitori li guardavano con le lacrime agli occhi.
Il padre teneva per mano un ragazzo di 10 anni e gli parlava dolcemente; il ragazzo tratteneva a stento le lacrime.
Il padre levò un dito al cielo e, accarezzandogli la testa, parve spiegargli qualcosa.
In quel momento il milite delle SS che stava presso la fossa dopo qualche parola al suo compagno.
Questi contò una ventina di persone le fece passare dietro il cumulo di terra.
La famiglia che ho descritto era nel gruppo.
Ricordo bene la ragazza, bruna e sottile, che passandomi accanto si indicò il petto e disse: “Ho ventitré anni.”

«Feci il giro del mucchio di terra e mi trovai davanti a una fossa orrenda.
I corpi erano pigiati e ammucchiati l’uno sull’altro, così che solo le teste erano visibili.
Quasi tutti erano feriti al capo il sangue colava sulle spalle.
Alcuni si muovevano ancora.
Altri alzavano le braccia e giravano il capo per far vedere che erano ancora vivi. La fossa era già piena per due terzi; calcolai che contenesse un migliaio di persone. Cercai con gli occhi l’uomo che eseguiva le fucilazioni.
Era uno delle SS; stava seduto con le gambe penzoloni sul bordo del lato più breve della fossa, con un mitra appoggiato sulle ginocchia, e fumava una sigaretta.
Le vittime, completamente nude, discesero alcuni gradini, scavati nella parete argillosa della fossa e scavalcando le teste dei caduti si diressero al punto indicato loro dalle SS.
Si distesero di fronte ai morti e feriti; alcuni carezzavano quelli ancora vivi parlando loro sommessamente.
Poi sentii una serie di colpi.
Guardai nella fossa e vidi dei corpi che si contorcevano ancora e delle teste già immobili sui corpi degli altri caduti prima.
Il sangue scorreva dalle nuche.

«Mi stupii che nessuno mi ordinasse di andarmene, ma notai che due o tre portalettere in divisa si trovavano accanto a me.
Già si avvicinava il gruppo successivo.
Tutti scesero nella fossa, si allinearono accanto alle vittime precedenti e vennero fucilati.
Quando tornai indietro, vidi che era arrivato un altro carico di gente. Questa volta c’erano anche dei malati e altri che non si reggevano in piedi.
Alcune donne, già nude, stavano spogliando una vecchia d’una magrezza spaventosa, sorretta da altre due.
Si vedeva che era paralitica.
La gente nuda la portò dietro il terrapieno.
Lasciai quel luogo insieme con il mio caposquadra e ritornai in macchina a Dubno.

«Il mattino dopo, quando tornai sul posto, vidi una trentina di corpi nudi che giacevano a trenta o cinquanta metri dalla fossa.
Alcuni erano ancora vivi; guardavano fisso davanti a loro con occhi vitrei e non davano segno di sentire freddo del mattino né di vedere gli operai del cantiere che stavano lì intorno.
Una ragazza di forse vent’anni si rivolse a me, chiedendomi di portarle dei vestiti e di aiutarla a fuggire.
In quel momento udimmo il rumore di un’automobile che si avvicinava a gran velocità; era una squadra di SS.
Tornai verso il cantiere.
Dieci minuti dopo, dei colpi di fucile risuonarono presso la fossa.
Gli ebrei che erano ancora vivi avevano ricevuto l’ordine di buttare i cadaveri nella fossa, poi avevano dovuto coricarsi anch’essi per essere fucilati alla nuca.»

Nell’immagine: Einsatzgruppe in azione a Zdołbunów in Polonia (oggi Zdolbuniv in Ucraina) durante lo sterminio di uomini e bambini nudi del Ghetto ebraico di Mizocz in Polonia (oggi Mizoch in Ucraina) [da Wikipedia]


Tratto da:
Gerald Reitlinger, Storia delle SS, Vol. I, Longanesi & C., Milano, 1969, pagg. 198-200.


 

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