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È stato presentato tempestivamente il 23 giugno del 2008 dal governo Berlusconi – ma soltanto da pochi giorni l’opinione pubblica ne conosce l’esistenza – il Disegno di Legge n. 1360 che prevede l’istituzione dell’Ordine del Tricolore. Si tratta dell’ultima puntata di un percorso iniziato alla fine del XX secolo (nel 1999) su indicazione del Presidente Ciampi, volto a dare un riconoscimento sul modello dei Cavalieri di Vittorio Veneto ai combattenti inquadrati nelle forze dell’Esercito italiano nella 2ª guerra mondiale, stravolto poi,  strategicamente, sempre dal governo Berlusconi, dal Disegno di Legge n. 2244 del 2004 sul  “riconoscimento quali belligeranti dei militari della Repubblica Sociale Italiana”, che provocò una mezza sollevazione popolare e che alla fine fu abbandonato. Naturalmente

non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità

[tra partigiani e nazifascisti, tra soldati dell’Esercito Regio e miliziani della Repubblica di Salò, tra vittime e carnefici]

di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia 

[da cui è nata la nostra Costituzione repubblicana];

nello smarrimento

[quasi]

generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e «imperiale»

[notare le virgolette]

del ventennio

[fascista],

ritennero onorevole la scelta a difesa del regime

[sempre fascista],

ferito e languente

[notare i toni dolenti];

altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa

[“avversa” a chi? A Noi!],

«liberatrice»

[notare le virgolette],

pensando

[tradotto: illudendosi]

di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro

[“loro” rispetto a chi? A Noi!]

Patria. Solo partendo da considerazioni contingenti e realistiche è finalmente possibile quella rimozione collettiva della memoria

[un dente cariato, sembra]

ingrata

[“ingrata” a chi? A Noi!]

di uno scontro che fu militare e ideale, oramai lontano, eredità amara 

[il dente cariato]

di un passato doloroso

[troppo cariato – ancora brucia],

consegnato per sempre alla storia patria.”

Da notare che il DL prevede la corresponsione di un assegno vitalizio ai superstiti e la compresenza nel consiglio dei reggenti del novello Ordine, accanto ai rappresentanti militari delle Istituzioni repubblicane, delle Associazioni combattentistiche ed al presidente dell’ANPI (Ente morale nato nel 1945), del presidente dell’Istituto storico della Repubblica Sociale italiana (!!!).
In proposito Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha detto la sua.
Tornando al DL del 2004, nell’occasione avevo avuto modo di corrispondere via email con un mio amico consigliere comunale, il quale aveva inizialmente assunto una posizione “agnostica” sull’argomento. 
Credevo che la questione fosse stata seppellita per sempre, ma sembra proprio che con la Destra filofascista non ci sia mai tregua e quel testo ritorna suo malgrado attuale, per cui ho pensato di recuperare la email e pubblicarla qui (sfrondata delle parti non interessanti ai fini di questo MLog).
Dopo averla inviata, l’avevo fatta vedere anche a Mario, che aveva voluto che gliene procurassi una copia da conservare tra le sue carte, ov’è tuttora.
 

Caro amico

[…] ho seguito sulla stampa e sulle mail la questione del disegno di legge sul riconoscimento dello status di belligeranti ai repubblichini di Salo’. […] La prima volta che ho sentito parlare della questione è stato per bocca di mio padre, ex partigiano e presidente dell’ANPI sez. Valconca, scandalizzatissimo.

Sinceramente, di primo impatto la cosa mi è apparsa meno ovvia di come apparisse a lui, poco più di una quisquilia linguistica o un dettaglio giuridico: belligerante significa colui che fa la guerra – pensavo – i repubblichini facevano la guerra, quindi dov’è il problema?

Ho provato a discutere con lui, ma dal suo punto di vista l’innammissibilità di tale disegno era così assurdamente evidente che non c’erano neanche discorsi da fare: in effetti, in tanta parte della sinistra appena si toccano dialetticamente certi argomenti sembra che ciò automaticamente significhi appoggiare la parte avversa, quando invece c’è solo volontà di comprensione profonda; posso capire questo atteggiamento negli anziani – ne han viste di cotte e di crude – ma non lo ammetto facilmente nei giovani.

Nei mesi successivi ho letto saltuariamente articoli sull’argomento sui quotidiani o sulle riviste […].

Credo che ci sia stata confusione tra valori ed ideologie, tra politica e giurisprudenza, tra Governo e Partito (fascista) […].

Non è il mio campo, ma sono andato a leggere il disegno di legge ed ho notato che tanti ragionevoli ragionamenti nella relazione allegata facevano riferimento ad una unica sentenza del Tribunale militare, del 1954, come se non ci fossero stati numerosissimi alternativi pronunciamenti precedenti e successivi; nel medesima relazione ho letto come alla fin fine i partigiani stessi fossero in teoria (sua) da considerarsi ‘non belligeranti’ e quindi semplici ribelli (a quale legge?) e come di tutta la scena storica si rappresentasse solo il quadretto che interessava il relatore.

Bisogna anche dire che la questione all’inizio era più scottante, in quando il DL proponeva il riconoscimento e la trascrizione dello status di ‘belligerante’ sul foglio matricolare dell’Esercito italiano: in pratica si diceva che i militi della RSI che avevano combattuto CONTRO l’Esercito dello Stato italiano avevano semplicemente fatto il servizio militare per quello stesso Stato… beh, questa era veramente grossa, e infatti l’articolo 2 è stato completamente eliminato. Togliere 1 comma su un DL composto da 3 vorrà pur dire qualcosa.

Ho dato anche un’occhiata ad un dizionario etimologico (tanto per chiarirmi le idee) e alla voce “belligerante” ho trovato la seguente definizione: “Condizione di uno Stato in guerra comportante diritti e obblighi in campo internazionale”.

Ho scoperto così che la dizione “belligerante” ha un significato ben più esteso (e ben più subdolo, in questo caso) di quanto pensassi inizialmente: non si tratta solo di una definizione etimologica ma di un ben più articolato significato che rimanda, nel nostro caso, alla volontà di riconoscimento politico attraverso i mezzi della giurisprudenza. Ma quale giurisprudenza?

E qui ti consiglio di leggere, se non lo hai già fatto e come io ho fatto (sempre per chiarirmi le idee) il commento al disegno di legge scritto tra gli altri da Vassalli e Conso, membri della corte costituzionale.

Molte perplessità.

Certo, con l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’Italia si è trovata spezzata in due, a sud il Governo legittimo e a nord l’occupazione nazista. Lo Stato è scomparso, ma solo temporaneamente, poi la dichiarazione di guerra alla Germania ha chiarito che da una parte c’era lo STATO italiano reale (il Re, ecc.) e dall’altra un tentativo di crearne uno alternativo (la R.S.I.), fantoccio dei tedeschi che avevano bisogno di legittimare la loro presenza sul territorio, ma che alternativo non è mai diventato avendo perso (per fortuna) la guerra. E vogliamo concederlo adesso per legge?

Perchè nel disegno di legge – tra l’altro – si indugia sul presunto diritto al riconoscimento dei non renitenti alla ILLEGITTIMA ‘leva repubblichina’ che in quanto timorosi delle conseguenze avevano accettato di arruolarsi nell’esercito della RSI? il timore sancisce un diritto? e i non timorosi che sono stati per questo motivo fucilati dai nazifascisti o si sono arruolati nelle bande partigiane? Rasi e Spinelli, nella logica perversa del disegno, sarebbero stati fucilati giustamente (essendo stati giudicati “disfattisti” e “conniventi col nemico” da un tribunale di guerra chissaperchè tedesco, anche se loro erano concretamente innocenti) e pertanto i loro fucilatori ‘in buona fede’ avrebbero agito correttamente e quindi sarebbero degne persone che hanno però accidentalmente combattuto dalla parte che ha perso? qualcosa mi dice che non può essere così (in questo caso, lo ammetto, mi guida più l’istinto che la logica).

Come ogni ragionamento che si rispetti, esso andrebbe traslato per estensione e per paradosso, per verificarne la logica: in questo caso i briganti che nell’800 nel sud Italia si erano opposti all’esercito del nuovo Regno d’Italia sarebbero da considerarsi pure essi ‘belligeranti’?

In verità tutti questi dubbi rappresentano una minimissima parte del contenzioso che aprirebbe l’approvazione del DL: esso appare a tutti gli effetti un cavallo di troia revisionistico fortemente voluto dalla destra italiana. Ed il fatto che lo voglia AN (erede del MS, a sua volta erede del regime fascista) non può non destare fortissime perplessità, a priori.

Un “a priori” che non è dogmatismo od “ideologia” ma che nasce dall’analisi storica e da una visione politica.

Il loro desiderio di ‘pacificazione’ (che di fatto c’è già stata nel dopoguerra con l’amnistia voluta da Togliatti) è in verità un desiderio di rivalsa storica: dichiararsi uguali per poi dichiararsi superiori (eticamente e politicamente parlando).

Tanto più quando la ‘giustizia’ di questi signori in ogni modo tenta di sabotare subdolamente il ‘non pacificatore’ anniversario del sessantesimo della Liberazione.

Credo che ogni idea vada difesa comunque, ribadendo sempre – anche ritualmente – la sua verità, perchè il dubbio e la dimenticanza appartengono alla natura umana, e negli interstizi della coscienza possono sempre svilupparsi germi patogeni: la libertà non è scontata, non si autodifende per virtù propria, va riconquistata continuamente.

Specialmente con il B. al potere.

Certo, forse tra cent’anni queste questioni non avranno luogo e certo se i repubblichini avessero vinto la guerra ora i ‘non belligeranti’ sarebbero i partigiani (mi sbudello dal ridere e mi vien da piangere se immagino la situazione alla rovescia), ma così non è ed ogni discorso vale nel momento storico in cui viviamo.

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