Secondo alcuni cosiddetti storici “il genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista non sarebbe mai avvenuto, mentre il mito dell’Olocausto non sarebbe altro che una gigantesca messinscena, funzionale alla demonizzazione della Germania nazista, alle politiche sotterraneamente perseguite dai circoli ebraici mondiali, alla creazione e alla difesa dello Stato d’Israele” (da Wikipedia).
In merito, semicasualmente su Facebook ho incontrato questo testo, scritto da Enzo Ciampi, che mi sembra esemplare per comprendere il fenomeno: un testo che merita di essere diffuso per il modo sintetico, chiaro e diretto con cui affronta l’argomento dal punto di vista storiografico.

Chi pensa che i negazionisti rappresentino una minoranza esigua, destinata ad estinguersi, o a restare emarginata, si sbaglia. Sono destinati ad aumentare, soprattutto fra i più giovani. Cattivi maestri, travestiti da ricercatori di verità storiche, seminano nel campo dell’approssimazione, dell’ignoranza, del qualunquismo. In molti Paesi esiste una legislazione penale – peraltro molto discussa – contro chi nega pubblicamente la Shoah, che ha già creato precedenti giuridici con alcune sentenze eclatanti. Ma nell’era del web il messaggio negazionista circola per mille rivoli , riaffiora nella musica rock, in circoli pseudoculturali, o nelle manifestazioni di disagio sociale. Le difese non sempre sono efficaci, perchè il negazionismo è subdolo e sa mimetizzarsi. La prima difesa è sapere esattamente chi sono, cosa dicono, come lo dicono, e perchè lo dicono.

DODECALOGO DEL NEGAZIONISTA 
(se li conosci, li eviti) 

1. Revisionismo e negazionismo sono due cose completamente diverse. Il revisionismo discute sull’interpretazione dei fatti, il negazionista reintepreta la Storia occultando i fatti. Il negazionista si proclama quasi sempre revisionista. Il revisionista, se è in buona fede, quasi mai è negazionista.

2. Il negazionista ama proclamarsi non-antisemita. Non darà mai pubblicamente seguito alle teorie razziali del Terzo Reich. Di solito si definisce anti-sionista, e in base a questo dà per scontato che esistesse, in Europa, un problema causato dal sionismo internazionale, alleato del marxismo per effetto di una cultura materialista di matrice ebraica; problema che però – a suo dire – non doveva essere risolto con lo sterminio.

3. Il punto di partenza del negazionista è il Processo di Norimberga. Per lui il processo , costruendo artificialmente la categoria giuridica dei “crimini contro l’umanità, era basato sulla “giustizia dei vincitori” , tesa a cancellare la realtà storica.

4. Per il negazionista, il vero obiettivo della “giustizia dei vincitori” era creare un un debito morale nei confronti degli ebrei, volto a consentire la creazione dello Stato di Israele, in parte finanziato dai debiti di guerra che la Germania fu obbligata a pagare per molti anni al governo di Tel Aviv.

5. Per il negazionista, tutte le accuse formulate a Norimberga riguardo alla politica di sterminio furono costruite a tavolino con immagini scioccanti, testimonianze di sopravvissuti, confessioni estorte, cifre e documenti che la difesa dei criminali nazisti non era in condizione di confutare. Ciò secondo un piano di disinformazione che gli Alleati avevano già maturato prima della fine della guerra.

6. Per il negazionista, non esistono prove del fatto che in luoghi come Auschwitz-Birkenau avvennisse lo sterminio sistematico degli ebrei. Ne consegue che la cifra finale di 6 milioni costituisce un falso storico dalle proporzioni enormi. Non si nega che molti ebrei morirono, ma in misura venti volte inferiore. Vittime della guerra e del lavoro forzato, non di un’organizzazione pianificata dell’eccidio.

7. Per i negazionisti, esistono invece numerose prove scientifiche e logiche che gli impianti dei lager non avrebbero mai potuto, a loro avviso, consentire l’ultizzo delle “camere di disinfestazione” per usi diversi da quello dichiarato; mentre i forni crematori avevano uno scopo “igienico” per l’alta mortalità nei campi a causa delle malattie e delle ristrettezze inevitabili in tempo di guerra; e comunque non erano idonei alla cremazione di quantità di cadaveri come quelle imputate ai nazisti. Altri sostengono addirittura che i forni crematori che tuttora si vedono furono fabbricati appositamente dagli Alleati alla fine della guerra.

8. Il negazionista è minuzioso nella cura dei particolari, ed ha spesso l’abilità di separarli dal contesto e di collegarli fra loro in base a ciò che intende dimostrare. Il negazionista sa tutto sulle tracce che lo zyklonB può lasciare in un ambiente chiuso. Sul numero di morti che in un giorno possono essere causati dall’intossicazione da gas in ambienti di determinate dimensioni. Molti siti negazionsiti producono migliaia di pagine di atti dei processi contro criminali nazisti, in primis Norimberga, insieme ad analisi dettagliate nelle quali intendono dimostrare come le testimonianze fossero contradditorie o manipolate, arrivando perfino a sottolineare gli errori di traduzione, le sviste nella trascrizione dei nomi, o nell’identificazione di alcune persone.

9. Con la stessa metodologia “asettica”, i negazionisti sostengono che non ci sono prove storiche sull’esistenza di ordini di Hitler volti ad autorizzare una politica di sterminio. Mentre ne esisterebbero sull’ipotesi di una loro deportazione massiccia nell’Est europeo, o in altri luoghi – Palestina esclusa – e addirittura di proposte fatte agli Alleati, per canali diplomatici indiretti, perchè si facesseroi carico della diaspora, accogliendo gli ebrei come profughi. La deportazione di massa, e non lo sterminio, sarebbe stato l’unico oggetto della famosa conferenza di Wansee, gennaio ’42, che per alcuni storici rappresentò l’inizio della “soluzione finale”.

10. Il negazionista ama sostenere che i veri crimini di guerra della Seconda Guerra Mondiale furono commessi dai sovietici e dagli Alleati. Citano Hiroshima, il bombardamento di Dresda, la morte per fame di centinaia di migliaia di soldati tedeschi caduti prigionieri dei russi. Citano in continuazione l’episodio delle Fosse di Katyn (l’eccidio di ufficiali polacchi avvenuto ad opera dell’Armata Rossa) che a Norimberga fu aggiunto ai capi di accusa a carico dei nazisti. Non negano la spietatezza mostrata da Wehrmacht ed SS nelle zone da loro occupate, ma la sublimano nel quadro di una immane e mortale lotta fra civiltà, che richiedeva mezzi straordinari, praticati da tutte le parti in conflitto.

11. Secondo i negazionisti, USA e URSS hanno avuto eguali responsabilità , nell’immediato dopoguerra, nell’alimentare la percezione dell’Olocausto nei termini in cui sarebbe stato imposto alla pubblica opinione. Ciò per ragioni ideologiche (URSS) o per scopi di egemonia economica e militare (USA), come l’appoggio fornito ad Israele dagli americani starebbe a dimostrare. Il complotto giudaico-massonico- plutocratico che Hitler e Mussolini denunciavano negli anni ’30, non solo era reale, ma sarebbe tuttora operante.

12. Il negazionista spesso si accontenta non di convincere, ma di insinuare il dubbio. Facendo leva sul fascino dell’antistoria, o della “Storia segreta”, sul gusto del complotto, su tendenze individuali ad essere “anticonformisti” e refrattari ad accettare verità standardizzate, fanno passare subdolamente l’idea che su quanto accadde sessant’anni fa sono state raccontate, per decenni, menzogne, o almeno verità parziali, o manipolate. In tal modo “depurano” l’esperienza storica del nazismo e del fascismo dall’aspetto più orribile che la caratterizzava. Facile intuire che il passo successivo sia l’inizio di una riabilitazione di quelle esperienze.

A tutto questo aggiungo solo una cosa: i “negazionisti” semplicemente IGNORANO l’esistenza di tutti coloro che sono sopravvissuti proprio a ciò che non sarebbe mai esistito. 

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È stato presentato tempestivamente il 23 giugno del 2008 dal governo Berlusconi – ma soltanto da pochi giorni l’opinione pubblica ne conosce l’esistenza – il Disegno di Legge n. 1360 che prevede l’istituzione dell’Ordine del Tricolore. Si tratta dell’ultima puntata di un percorso iniziato alla fine del XX secolo (nel 1999) su indicazione del Presidente Ciampi, volto a dare un riconoscimento sul modello dei Cavalieri di Vittorio Veneto ai combattenti inquadrati nelle forze dell’Esercito italiano nella 2ª guerra mondiale, stravolto poi,  strategicamente, sempre dal governo Berlusconi, dal Disegno di Legge n. 2244 del 2004 sul  “riconoscimento quali belligeranti dei militari della Repubblica Sociale Italiana”, che provocò una mezza sollevazione popolare e che alla fine fu abbandonato. Naturalmente

non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità

[tra partigiani e nazifascisti, tra soldati dell’Esercito Regio e miliziani della Repubblica di Salò, tra vittime e carnefici]

di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia 

[da cui è nata la nostra Costituzione repubblicana];

nello smarrimento

[quasi]

generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e «imperiale»

[notare le virgolette]

del ventennio

[fascista],

ritennero onorevole la scelta a difesa del regime

[sempre fascista],

ferito e languente

[notare i toni dolenti];

altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa

[“avversa” a chi? A Noi!],

«liberatrice»

[notare le virgolette],

pensando

[tradotto: illudendosi]

di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro

[“loro” rispetto a chi? A Noi!]

Patria. Solo partendo da considerazioni contingenti e realistiche è finalmente possibile quella rimozione collettiva della memoria

[un dente cariato, sembra]

ingrata

[“ingrata” a chi? A Noi!]

di uno scontro che fu militare e ideale, oramai lontano, eredità amara 

[il dente cariato]

di un passato doloroso

[troppo cariato – ancora brucia],

consegnato per sempre alla storia patria.”

Da notare che il DL prevede la corresponsione di un assegno vitalizio ai superstiti e la compresenza nel consiglio dei reggenti del novello Ordine, accanto ai rappresentanti militari delle Istituzioni repubblicane, delle Associazioni combattentistiche ed al presidente dell’ANPI (Ente morale nato nel 1945), del presidente dell’Istituto storico della Repubblica Sociale italiana (!!!).
In proposito Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha detto la sua.
Tornando al DL del 2004, nell’occasione avevo avuto modo di corrispondere via email con un mio amico consigliere comunale, il quale aveva inizialmente assunto una posizione “agnostica” sull’argomento. 
Credevo che la questione fosse stata seppellita per sempre, ma sembra proprio che con la Destra filofascista non ci sia mai tregua e quel testo ritorna suo malgrado attuale, per cui ho pensato di recuperare la email e pubblicarla qui (sfrondata delle parti non interessanti ai fini di questo MLog).
Dopo averla inviata, l’avevo fatta vedere anche a Mario, che aveva voluto che gliene procurassi una copia da conservare tra le sue carte, ov’è tuttora.
 

Caro amico

[…] ho seguito sulla stampa e sulle mail la questione del disegno di legge sul riconoscimento dello status di belligeranti ai repubblichini di Salo’. […] La prima volta che ho sentito parlare della questione è stato per bocca di mio padre, ex partigiano e presidente dell’ANPI sez. Valconca, scandalizzatissimo.

Sinceramente, di primo impatto la cosa mi è apparsa meno ovvia di come apparisse a lui, poco più di una quisquilia linguistica o un dettaglio giuridico: belligerante significa colui che fa la guerra – pensavo – i repubblichini facevano la guerra, quindi dov’è il problema?

Ho provato a discutere con lui, ma dal suo punto di vista l’innammissibilità di tale disegno era così assurdamente evidente che non c’erano neanche discorsi da fare: in effetti, in tanta parte della sinistra appena si toccano dialetticamente certi argomenti sembra che ciò automaticamente significhi appoggiare la parte avversa, quando invece c’è solo volontà di comprensione profonda; posso capire questo atteggiamento negli anziani – ne han viste di cotte e di crude – ma non lo ammetto facilmente nei giovani.

Nei mesi successivi ho letto saltuariamente articoli sull’argomento sui quotidiani o sulle riviste […].

Credo che ci sia stata confusione tra valori ed ideologie, tra politica e giurisprudenza, tra Governo e Partito (fascista) […].

Non è il mio campo, ma sono andato a leggere il disegno di legge ed ho notato che tanti ragionevoli ragionamenti nella relazione allegata facevano riferimento ad una unica sentenza del Tribunale militare, del 1954, come se non ci fossero stati numerosissimi alternativi pronunciamenti precedenti e successivi; nel medesima relazione ho letto come alla fin fine i partigiani stessi fossero in teoria (sua) da considerarsi ‘non belligeranti’ e quindi semplici ribelli (a quale legge?) e come di tutta la scena storica si rappresentasse solo il quadretto che interessava il relatore.

Bisogna anche dire che la questione all’inizio era più scottante, in quando il DL proponeva il riconoscimento e la trascrizione dello status di ‘belligerante’ sul foglio matricolare dell’Esercito italiano: in pratica si diceva che i militi della RSI che avevano combattuto CONTRO l’Esercito dello Stato italiano avevano semplicemente fatto il servizio militare per quello stesso Stato… beh, questa era veramente grossa, e infatti l’articolo 2 è stato completamente eliminato. Togliere 1 comma su un DL composto da 3 vorrà pur dire qualcosa.

Ho dato anche un’occhiata ad un dizionario etimologico (tanto per chiarirmi le idee) e alla voce “belligerante” ho trovato la seguente definizione: “Condizione di uno Stato in guerra comportante diritti e obblighi in campo internazionale”.

Ho scoperto così che la dizione “belligerante” ha un significato ben più esteso (e ben più subdolo, in questo caso) di quanto pensassi inizialmente: non si tratta solo di una definizione etimologica ma di un ben più articolato significato che rimanda, nel nostro caso, alla volontà di riconoscimento politico attraverso i mezzi della giurisprudenza. Ma quale giurisprudenza?

E qui ti consiglio di leggere, se non lo hai già fatto e come io ho fatto (sempre per chiarirmi le idee) il commento al disegno di legge scritto tra gli altri da Vassalli e Conso, membri della corte costituzionale.

Molte perplessità.

Certo, con l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’Italia si è trovata spezzata in due, a sud il Governo legittimo e a nord l’occupazione nazista. Lo Stato è scomparso, ma solo temporaneamente, poi la dichiarazione di guerra alla Germania ha chiarito che da una parte c’era lo STATO italiano reale (il Re, ecc.) e dall’altra un tentativo di crearne uno alternativo (la R.S.I.), fantoccio dei tedeschi che avevano bisogno di legittimare la loro presenza sul territorio, ma che alternativo non è mai diventato avendo perso (per fortuna) la guerra. E vogliamo concederlo adesso per legge?

Perchè nel disegno di legge – tra l’altro – si indugia sul presunto diritto al riconoscimento dei non renitenti alla ILLEGITTIMA ‘leva repubblichina’ che in quanto timorosi delle conseguenze avevano accettato di arruolarsi nell’esercito della RSI? il timore sancisce un diritto? e i non timorosi che sono stati per questo motivo fucilati dai nazifascisti o si sono arruolati nelle bande partigiane? Rasi e Spinelli, nella logica perversa del disegno, sarebbero stati fucilati giustamente (essendo stati giudicati “disfattisti” e “conniventi col nemico” da un tribunale di guerra chissaperchè tedesco, anche se loro erano concretamente innocenti) e pertanto i loro fucilatori ‘in buona fede’ avrebbero agito correttamente e quindi sarebbero degne persone che hanno però accidentalmente combattuto dalla parte che ha perso? qualcosa mi dice che non può essere così (in questo caso, lo ammetto, mi guida più l’istinto che la logica).

Come ogni ragionamento che si rispetti, esso andrebbe traslato per estensione e per paradosso, per verificarne la logica: in questo caso i briganti che nell’800 nel sud Italia si erano opposti all’esercito del nuovo Regno d’Italia sarebbero da considerarsi pure essi ‘belligeranti’?

In verità tutti questi dubbi rappresentano una minimissima parte del contenzioso che aprirebbe l’approvazione del DL: esso appare a tutti gli effetti un cavallo di troia revisionistico fortemente voluto dalla destra italiana. Ed il fatto che lo voglia AN (erede del MS, a sua volta erede del regime fascista) non può non destare fortissime perplessità, a priori.

Un “a priori” che non è dogmatismo od “ideologia” ma che nasce dall’analisi storica e da una visione politica.

Il loro desiderio di ‘pacificazione’ (che di fatto c’è già stata nel dopoguerra con l’amnistia voluta da Togliatti) è in verità un desiderio di rivalsa storica: dichiararsi uguali per poi dichiararsi superiori (eticamente e politicamente parlando).

Tanto più quando la ‘giustizia’ di questi signori in ogni modo tenta di sabotare subdolamente il ‘non pacificatore’ anniversario del sessantesimo della Liberazione.

Credo che ogni idea vada difesa comunque, ribadendo sempre – anche ritualmente – la sua verità, perchè il dubbio e la dimenticanza appartengono alla natura umana, e negli interstizi della coscienza possono sempre svilupparsi germi patogeni: la libertà non è scontata, non si autodifende per virtù propria, va riconquistata continuamente.

Specialmente con il B. al potere.

Certo, forse tra cent’anni queste questioni non avranno luogo e certo se i repubblichini avessero vinto la guerra ora i ‘non belligeranti’ sarebbero i partigiani (mi sbudello dal ridere e mi vien da piangere se immagino la situazione alla rovescia), ma così non è ed ogni discorso vale nel momento storico in cui viviamo.

Tratto dal Dizionario della lingua italiana di Leonardo Bendini, citato da Cesare De Simone nel suo libro Gli anni di Bulow (Mursia, 1996).

Il sostantivo latino corrisponde al greco mnème; non indica solo la facoltà di ricordare ma anche “avvenimento”, “fatto” o addirittura “epoca”, “età”, “complesso di eventi”. Rimanda infatti a maneo, ovvero “ciò che resta”, “ciò che dura”, che a sua volta rimanda alla radice sanscrita man e a quella indoeuropea men, ossia “uomo”, “vita”, insomma il persistere di una forma vitale.

Alla messa privata seguita la funerale laico, il figlio Tiziano, maestro di violino al Conservatorio di Cagliari, ha dedicato al padre.

Bella Ciao

Testo del discorso commemorativo tenuto dal figlio Maurizio in occasione del Consiglio Comunale Straordinario del Comune di Cattolica tenuto il 13/9/2007.

Mario ha vissuto la sua giovinezza in un piccolo paesino che si chiama Castiglione di Ravenna.
E’ una zona della Romagna dalle solide tradizioni democratiche e dialettiche, simbolicamente indicate dalla presenza – in un paese ad economia agricola che oggi non raggiunge i 2.000 abitanti e che nel dopoguerra ne aveva ancora meno –  di due case del popolo dirimpettaie, una dei Repubblicani e l’altra dei Comunisti.
Queste erano nel suo paese le uniche strutture sociali esistenti – oltre alla chiesa – e ogni giovane anche solo per dover andare a prendere un caffè si trovava di fatto costretto ad operare una scelta politica.
La squadra di calcio ancora oggi si chiama “Ribelle Castiglione”, con diretto riferimento al “ribelle” della famosa canzone “Fischia il vento”.
Suo padre era repubblicano, quando essere repubblicani significava essere di sinistra e progressista.
Faccio questa premessa per far comprendere l’humus sociale, culturale e politico in cui si è formato.
Sappiamo tutti che mio padre era un personaggio pubblico.
Ma anche nel privato egli aveva due famiglie: quella costituita da sua moglie, i suoi figli, i suoi parenti, e l’altra, più allargata, costituita dal “Partito”.
Apparteneva ad una generazione educata ai miti del fascismo, poi costretta  a operare una scelta di campo decisiva dopo l’8 settembre 1943, formatasi nel mito stalinista del Partito comunista.
Una generazione popolata di figure autoritarie. 
Una generazione nata con la Rivoluzione d’Ottobre, appena successiva a quella dei comunisti che in Russia nel nome del supremo interesse del Partito era stata ingannata ed indotta a farsi eliminare politicamente e fisicamente.
Un Partito che era una Fede, un luogo mentale che forse era anche una Chiesa laica, al cui interno operare attivamente e pragmaticamente per quell’idea progressista di emancipazione dal bisogno e di giustizia sociale in cui ha sempre creduto e per cui egli ha sempre lottato.
Un luogo in cui comunque la discussione critica e la dialettica anche aspra era l’arma necessaria di ogni scelta e di ogni passaggio.
Il dialogo politico con lui era sempre acceso, la sua volitiva natura romagnola non poteva essere frenata.
Per lui il dialogo aveva un suo senso proprio che andava anche al di là del suo esito: il dialogo era uno strumento educativo in sè, che formava le coscienze solo per il fatto di essere praticato.
Durante ogni discussione con lui il suo l’interlocutore doveva dimostrare solo una cosa: di essere profondamente convinto di ciò che diceva, e di essere disposto ad agire conseguentemente
fino in fondo.
O stare zitto se aveva da imparare.
In questo modo non era importante “avere ragione” ma dimostrare a sè stessi ed agli altri di essere convinto della propria “ragione”, poggiarla su basi solide e saperla difendere fino in fondo.
Per questo rispettava e – a modo suo – voleva bene anche agli avversari, quando essi erano degni di questo nome.
Per questo ogni “scagnarata” con lui – in pubblico ed in famiglia – era normale che si risolvesse senza odii, e magari con una pacca sulla spalla.
Per questo non sopportava chi – non avendo idee – fingeva di dialogare senza dire nulla,
chi praticava invisibili strategie personali,
chi viveva la politica “alla giornata”, senza visioni più ampie e strategiche,
chi era animato solo da ottusi pregiudizi
o – peggio di tutti – chi gli impediva di esprimere la propria opinione.
Anche per questo era un sincero democratico.
Personalmente posso dire di aver visto attraverso lui fino all’ultimo suo giorno una visione positiva della politica, la visione di una politica con la P maiuscola.
Certo, non la Politica pura ed astratta dei libri e dei trattati, ma quella vissuta in prima linea tutti i giorni attraverso i complessi meccanismi della democrazia rappresentativa, con i suoi altissimi ideali e i suoi compromessi quotidiani, sempre però illuminata da una visione disinteressata e di ampio respiro, necessariamente strategica, “al servizio” del cittadino e delle sue mutevoli esigenze, mai dimentica delle basi da cui traeva autorità ed autorevolezza.
Voglio qui ricordare un episodio, piccolo ma significativo, che dimostra – se ve ne fosse bisogno – quanto gli fosse connaturato il pensiero politico.
Tra le tante attività collaterali che svolgeva, naturalmente in maniera disinteressata, una era l’amministratore del suo condominio.
Alcuni anni fa un giovane condomino, appena arrivato,  si scontrò con i modi bruschi di Mario, e, armato di alcune valide ragioni, ritenne opportuno chiedere una riunione che prevedeva all’ordine del giorno la rimozione e sostituzione dell’amministratore, raccogliendo varie adesioni.
Mio padre – stupito dell’improvvisa ostilità – applicò in quell’occasione una tale serie di articolate manovre tattiche che non posso che definire “politiche” le quali, a partire dalle sue annunciate dimissioni, terminarono con la unanime richiesta di riconferma come amministratore, anche da parte del nuovo giovane condomino.
Mario, alla fine della riunione, con un sorriso aperto gli tese la mano, chiedendo ed ottenendo la pubblica riappacificazione.
Questa era – secondo me – la quintessenza della politica, l’idea che la persona con cui ti scontri non è un avversario da demolire, è una persona con cui puoi sempre discutere ovvero conoscere
e che puoi sempre – per così dire – “rieducare”.
Ovviamente purchè esista lealtà tra le parti o, per meglio dire, buonafede.
Certamente anche a causa della sua professione di insegnante, la sua è sempre stata una idea costruttiva, mai distruttiva.
In questo senso ha sempre voluto agire “a favore” e non mai “contro”.
Quando per qualche motivo per lui inevitabile si trovava a dover agire a disfavore di qualcosa, immediatamente ne cercava la contropartita positiva, utile, vitale, che permettesse non di accumulare solo rovine su cui piantare la propria bandiera ma di aggiungere un ennesimo mattone per la costruzione di quella società di giustizia ed uguaglianza cui ha sempre teso.
E’ stato chiesto, da lui stesso e da altri: chi sarà in grado di sostituire la sua figura?
La risposta è una sola: da nessuno.
Io non credo che la sua personale figura sia sostituibile da nessuno per un semplice motivo: ha vissuto dall’interno – dalla parte dei protagonisti – il dramma di un periodo terribile della storia, di cui noi oggi possiamo solo raccogliere e osservare le testimonianze.

Nessuno può riviverlo e – soprattutto – nessuno deve più trovarsi in condizioni di riviverlo.

Perchè ciò avvenga occorre avere ben presente – sempre – che le condizioni in cui tali terribili eventi si sono formate possono ricrearsi, seppure in altra forma, se manca la conoscenza, la consapevolezza e memoria della nostra storia di Italiani e di Europei.
Per esprimere il suo concetto di Memoria – quello in nome del quale aveva in questi ultimi decenni intrapreso come vicepresidente dell’ANPI provinciale numerosi impegni tra lezioni alle scolaresche, viaggi in luoghi di eccidi e come delegato ai Convegni nazionali – vale quello che è ancor oggi scritto sul monumento ai Caduti di Cattolica, quel monumento che lui si è sempre crucciato di vedere privato della sua centralità civica: L’ITALIANO PER BEN VIVERE DEVE BENE RICORDARE.
Citando un famoso testo di Brecht, da lui ricopiato e diffuso in una delle sue numerose operazioni di volantinaggio scolastico:

E VOI, IMPARATE CHE OCCORRE
VEDERE E NON GUARDARE IN ARIA
OCCORRE AGIRE O NON PARLARE.
QUESTO MOSTRO STAVA, UNA VOLTA,
PER GOVERNARE IL MONDO!
I POPOLI LO SPENSERO;
MA ORA NON CANTIAMO VITTORIA
TROPPO PRESTO:
IL GREMBO IN CUI NACQUE E’
ANCOR FECONDO.

Il nucleo centrale di tale metodo di recupero e sostegno della memoria storica è rappresentata
– dal ricordo della politica e sopratutto della ideologia che ha portato alla guerra,
– dal ricordo degli orrori della guerra,
– dalla presa di coscienza popolare,
– dalla lotta di liberazione dalla barbarie nazista e fascista,
– dalla nascita delle Istituzioni democratiche,
– dalla applicazione dei princìpii universali nati da quella lotta.
Questo il senso della sua missione di educatore degli ultimi anni.
Questo il senso della trasmissione di un testimone e non solo di testimonianza che aveva in mente.
Per questo il suo obbiettivo erano i ragazzi delle scuole, ma anche e soprattutto gli insegnanti.
Tutto il resto era pura nostalgia e quindi inutile agli altri e quindi poco interessante, salvo quando incontrava i suoi primi compagni di lotta partigiana, che spesso erano anche suoi compagni d’infanzia.
Sapeva che il periodo della lotta armata era terminato, che i partigiani – come i garibaldini nell’800 – non potevano che scomparire per esaurimento naturale, ed ha sempre operato perché l’ANPI non fosse semplicemente una associazione di reduci, ma una associazione viva, aperta ai giovani (ovviamente non partigiani per motivi anagrafici), e quindi capace di evolversi e continuare a svolgere una azione viva ed educativa nella società.
Non penso di tradire il suo pensiero se affermo che gli era ben chiaro che la nuova guerra da combattere non era più contro il nazifascismo ma contro il pericoloso oblio della sua memoria, o meglio delle mutevoli forme in cui esso poteva rigenerarsi: una guerra non più sua ma di tutti, una GUERRA IDEALE per una PACE REALE.
Combattuta sempre e solo nell’arena democratica, mai più nelle strade, nelle campagne, nelle montagne.
Questo era il suo compito, che ha svolto fin che ha potuto e che aveva già in programma di svolgere per il futuro.
Purtroppo così non è stato.
L’ultima battaglia che ha provato a combattere è stata la sua personale, ed anche lì – sul letto della sala di rianimazione – ce l’ha messa tutta.
Voglio ringraziare a nome della mia famiglia e dei miei parenti la città intera per l’affetto e la riconoscenza dimostrata, il Sindaco, la Giunta ed il Consiglio Comunale come Istituzione e come persone, i rappresentanti di tutti gli Enti democratici, i Partiti ed ai movimenti politici che hanno espresso le loro condoglianze, l’A.N.P.I. nazionale, regionale, provinciale e comunale, gli educatori che hanno con lui collaborato, gli amici tutti.
Credo di interpretare il suo pensiero se dico che la centralità della sua memoria pubblica – del suo ricordo – non debba essere rivolta alla sua persona, in una ottica personalistica da lui sempre aborrita, ma attorno al costante e non rituale riconoscimento dei momenti educativi ed istituzionali che indichino le radici ed i valori su cui si regge la nostra bellissima Costituzione, che lui ha contribuito a far nascere.
Non il ricordo della sua memoria, ma il sostegno non retorico delle idee per cui ha combattuto, che poi sono le idee di tanti di noi: questo per lui sarebbe un bellissimo riconoscimento, nella speranza che vengano attuati quegli ideali ben rappresentati dal senso originale delle parole – che erano anche la denominazione di alcuni reparti partigiani – Giustizia e Libertà.
Grazie Mario e grazie a voi.

Ciao nonno, volevo dirti che sei stato un grande nonno per me, anzi un super-nonno e che rimarrai per sempre nella mia memoria.
Di una persona come te non si può dire “non c’è più”, la tua presenza infatti, anche se non più materiale e visiva, è forte e prepotente di vita in mezzo a noi.
Io sento che ci sei ancora.
Sei un nonno forte, ironico, buffo, serio, intelligente, dinamico, vitale e hai lasciato una grande traccia in me (e non credo di essere la sola).
Sono stata una nipote un po’ strana per i tuoi parametri… tu ateo io credente, tu cacciatore io vegetariana, tu sopraffino amante dei vini io astemia, ma, nonostante questo, tu eri soddisfatto di me e io conservo un bellissimo ricordo di tutti i sabati passati insieme.
Mi tornano in mente tanti episodi e momenti con te, dai più memorabili come il mio 18° compleanno, le aquilonate, le festività… a quelli più piccoli e apparentemente insignificanti.
Mi mancherà il tuo saluto allegro tutte le volte che venivo a trovarti, mi mancheranno tutti i racconti culinari e “macabri” di come pulivi il pesce, mi mancheranno tutte le tue storie di quando eri bambino e ragazzo, tanto assurde e divertenti che parevano frutto della fantasia.
Non andremo più a prendere il gelato insieme.
Non faremo più a gara su chi ne sapeva di più su piante e animali (anche se era scontato che vincevi sempre tu).
Ogni volta che ripenso a te trattengo a stento un sorriso e una una lacrima…
Potrei scrivere libri e libri solo sui momenti belli assieme.
Ti sei sempre battuto per mille cause, eri sempre con l’agenda piena piena di impegni… anche a 85 anni!
Avevi sempre qualcosa da fare e, puntualmente, quando era ora di mettersi a tavola, sparivi, per poi ricomparire poco dopo… magari con qualche sorpresa per noi!
Hai combattuto fino all’ultimo, nonno. Ma questa è stata solo una mezza sconfitta: il tuo ricordo è pura energia e vita per tutti… il tuo ricordo non muore. E se il ricordo non muore non muori neanche tu… non era forse questo che avresti voluto?
Un nonno dolce e frizzante come te come si può dimenticare?
Mi sarebbe piaciuto farti diventare bisnonno, ma purtroppo il tempo della terra si è fermato troppo presto.
Sono sicura, però, che rimarrai sempre con noi, con la nonna, il babbo, gli zii, le tue nipoti e le centinaia di persone che ti ammirano, ti stimano e ti hanno voluto bene.
La tua vita, nonno, è come un fiume: come la sua acqua anche tu sempre in movimento e attività; come i diversi terreni che esso attraversa così sono stati i momenti della tua vita dalla guerra, alla scuola, alla famiglia; come esso  inonda le sponde così tu sei stato espansivo e presente; come come il fiume che lungo la sua strada raccoglie cose che poi rilascia in altri luoghi, così tu hai raccolto esperienze ed emozioni e e le hai rilasciate e trasmesse a noi che non eravamo presenti; come l’acqua che scavalca le rocce così tu hai superato gli ostacoli della tua vita… e proprio come il fiume che si butta in mare, così ora è la tua vita… non è finita, è solo cambiata.
Non dobbiamo disperarci: tu eri per la vita, non per la morte, per la felicità, non per la tristezza… e poi, in fondo, non si tratta di un addio, ma di un arrivederci… proprio come l’ultima parola che mi hai detto.
Spero di diventare un degno esempio del tuo ideale di battersi per le cose in cui si crede.
Con affetto (tanto affetto!)

Marina

Il fiume Conca dà il nome a tutta la vallata a cavallo tra Romagna e Marche. Questo articolo – pubblicato postumo sul mensile “La Piazza” nel mese di aprile 2008 – è stato terminato circa un mese prima del fatale infarto e costituisce il riassunto di un testo più corposo redatto nel corso di due anni (che verrà qui inserito prossimamente). Era prevista la sua diffusione, tant’è vero che erano già pronte alcune copie da distribuire. Esso è firmato
“Castelvetro Mario
1960-1990
ex sindaco di Cattolica
ex assessore comunale
ex presidente del Consorzio acquedotti
ex presidente del Consorzio forno incenerimento”.

Anno 1962
Convegno nella sala dell’Arengo di Rimini in preparazione del P.I.C. (Piano InterComunale): a seguito delle indagini effettuate in ambito circondariale vengono rilevate le incongruenze invasive degli interventi sul territorio, privi di coordinamento e di ogni tutela dell’ambiente, in particolare lungo la fascia costiera e le aste fluviali.
Il dottor Bettini analizza i guasti provocati dalla speculazione dilagante, con l’espansione di lottizzazioni a macchia di leopardo.
Al suo fa riscontro l’intervento dell’assessore Gino Arcangeli con la precisazione che scopo del convegno è proprio il riordino e l’assetto del territorio, per un equilibrato sviluppo socio-economico che assicuri tutela ambientale e crescita quantitativa e qualitativa delle diverse economie: quella turistica, quella culturale e di formazione, l’agricoltura, il commercio, l’artigianato.
L’intervento di Castelvetro si limita a considerare che quanto affermato dal dottor Bettini è quanto meno catastrofico poiché leggi adeguate, normative e programmi finalizzati alla tutela ed al recupero ambientale renderebbero possibile garantire quegli equilibri che nel recente passato sono stati vanificati da un infausto ventennio e che per Rimini e provincia sono stati quanto mai distruttivi. Occorre saggezza e determinazione da parte di chi è stato eletto a governare Comune, Provincia, Stato.

Anno 1966
Nella Sala convegni della rocca di Montefiore Conca, incontro promosso dal sindaco di Cattolica Mario Castelvetro in accordo con sindaci della Valconca, rappresentanti circondariali, tecnici ed operatori economici per esaminare la grave situazione idrica e la possibile tutela dell’asta fluviale e del bacino imbrifero del fiume Conca in previsione dell’attuazione del piano acquedottistico ministeriale.
La situazione del torrente Conca: tutto il tratto da Gemmano alla foce è stato dissestato. Il corso d’acqua, a carattere violentemente torrentizio dalla sorgente sul monte Boaggine fino a Taverna, ha trascinato poi a valle ingenti quantità di materiale lapideo che ha concorso a rallentare la violenza del deflusso e, contemporaneamente, il letto si è arricchito di un notevole strato di ghiaie e sabbie che hanno ricoperto il fondo di argilla azzurrina di assestamento tellurico. Dagli anni ’60 in poi il Genio civile ha avviato concessioni di prelievo per circa 1.500.000 mc. alle varie Imprese, ma si può considerare con una approssimazione molto realistica che per un tratto di circa 12 km frantoi, autotrasporti, ruspe hanno rapinato non meno di 3.000.000 mc. di materiale lapideo e sabbioso, scavando l’alveo in alcuni tratti di oltre cinque metri e mettendo a nudo le argille di fondo.

La proposta
Poiché il “Consorzio di Montefiorito”, costituito a norma di legge, con la presidenza affidata al comune di Riccione, non si era attivato per realizzare il bacino artificiale sulla confluenza del torrente Ventena III° con il fiume Conca, venne proposto un progetto integrativo per garantire in tempi brevi il rifornimento idrico: in quegli anni siccitosi dai pozzi artesiani esistenti si ricavava una media di neppure 60 litri per persona.
Unica località idonea lungo tutto il percorso del fiume quella a ridosso di Montalbano, per una caratteristica geologica che permetteva la costruzione di un invaso artificiale capace di un volume di circa 1.500.000 mc., con possibilità di ravvenamento delle falde a monte sul lato destro e, a valle, sul terminale della sponda a sinistra.

Condizioni di tutela delle acque:

  1. Dato che il fiume si inserisce nei territori di Gemmano, San Clemente, Morciano, Misano A. e San Giovanni in Marignano con conseguente deflusso non solo di acque meteoriche ma anche reflue degli abitati, delle industrie, delle attività artigianali e agricole, era essenziale una canalizzazione e successivo impianto di depurazione con scarico a valle dell’invaso;
  2. Vincolo di una fascia di rispetto con assoluto divieto edificatorio in destra e sinistra dell’asta fluviale con recupero morfologico e riattivazione della Fossa dei mulini, per riattivare una tradizione interrotta solo da nemmeno mezzo secolo, quando tutte le granaglie venivano conferite ai frantoi esistenti a pochi km. di distanza l’uno dall’altro in destra e sinistra del fiume.

Questa era la proposta: da arricchire, da monitorare, da salvaguardare, da finanziare.
Ma aperte e velate opposizioni governative, incertezze, discordanze, difficoltà economiche dei Comuni, incongruenze politiche e legislative su cui si sono avventati i vari Tirotti confinanti con il fiume, hanno vanificato quello che sembrava un sogno ma che poteva essere una felice realtà.

Cos’è accaduto 
Nel 1968 fu costituito il “Consorzio Acquedotti “ fra i Comuni di Cattolica, Riccione, Misano, Gabicce.
Scopo: realizzare una risorsa integrativa al futuro invaso di Montefiorito.
Constatato che l’invaso di Montefiorito non era idoneo per la presenza di falde sulfuree, il bacino costruito a valle diveniva integrativo delle falde esistenti e del costruendo invaso di Ridracoli che, pur di notevole consistenza, in caso di siccità persistente corrispondeva a poco più di un terzo del fabbisogno annuale totale dell’area romagnola.

Gli eventi
L’invaso è stato realizzato, dotato di sbarramento mobile, sotto il controllo del servizio dighe ministeriale, con limitazioni tali da non garantire neppure il prelievo ammesso dallo stesso ministero. Eppure fu raggiunto un rifornimento idrico annuo di quasi 5.000.000 mc. ed il dragaggio permise di bonificare un buon tratto di fascia fluviale a valle dell’invaso.
Per garantire la disponibilità idrica permanente venne redatto un progetto di canalizzazione per il deflusso a valle delle acque di piena.
Si trattava della costruzione di due sbarramenti a monte dell’invaso, con paratoie mobili sensorizzate e un canale scolmatore interrato, capace di accogliere una piena secolare a fianco dell’invaso e sotto il percorso autostradale per riportare a valle quel materiale che, diversamente, negli anni avrebbe interrato il bacino artificiale.

Costo dell’opera: circa undici miliardi

Lo Stato, con il parere favorevole della Regione, non consentì il finanziamento del progetto di completamento: le condizioni capestro delle imprese e gli alti tassi, ma in particolare la decisione di finanziare il canale di gronda del Fiumicello per potenziare Ridracoli, resero vane le speranze di acquisire certezze di una risorsa che purtroppo oggi è pressoché inutilizzabile.
Il cambio della presidenza non ha fatto altro che accelerare il dissesto.
Allo stato attuale tale intervento, l’unico veramente serio – scartando a priori tutte le altre ipotesi assurde sotto il profilo tecnico ed economico – non è praticabile per vari motivi:

  1. Il valore dei terreni è più che decuplicato;
  2. Tutti i presupposti di tutela dell’asta fluviale sono stati cancellati dall’occupazione residenziale all’interno della fascia di tutela fluviale;
  3. Il volume da prelevare per recuperare una capacità idrica di 2.000.000 mc. raddoppia il costo di canalizzazione, mentre la limitata capacità attuale rende le acque intrattabili per la elevata temperatura.

La profezia del dott. Bettini si avvererà a breve: il processo di recupero ambientale è inattuabile a meno che non si fissino traguardi secolari.
Le affermazioni di tecnici e amministratori sul fenomeno erosivo del litorale dovuto al mancato apporto di sabbia dal fiume Conca sono banalità o stupidaggini di leccapiedi in vena di frivolezze (un tecnico fra i più competenti ed esperti conoscitoridel territorio difatti ha affermato che con le sabbie del Conca, privato di un materiale accumulato nei millenni, è possibile avanzare la spiaggia di un metro in cinquecento anni: provare per credere!).

Il Parco del Conca
Sorprende la notizia che l’incarico di redigere il progetto del “Parco del Conca“ sia stato affidato a tecnici che di storia, memoria, caratteristiche ambientali, morfologia, antropologia, orografia, geologia, stratigrafia del Conca hanno una limitata conoscenza. Con la dovuta stima e rispetto per i nuovi arrivati non mi pare ne corretto ne’ razionale che i pochi che – invece di essere dei palazzinari assatanassati – si sono dedicati a una ricerca approfondita (e gratuita) dei vari aspetti dell’intero bacino imbrifero, siano stati esclusi ed emarginati. Uno strano modo di concepire collaborazione e pluralismo.
Diverso il metodo adottato per realizzare “L’isola dei platani“ da parte del comune di Belluria, dove a suo tempo l’incarico progettuale era stato affidato ad un gruppo di volonterosi architetti locali che non avevano di certo demeritato. Ma forse sono informato male.
Un dato è certo: non aver ascoltato finora ha prodotto interventi sprecasoldi senza costrutto.

Da annotare (1)
– Il parco di Montalbano, una piccola cattedrale nel deserto realizzata dal consorzio di Ridracoli con finanziamenti finalizzati al potenziamento delle risorse idriche. Costo … ?
– La pseudo pista-sentiero realizzata lungo il lato destro del fiume dalla foce a circa un chilometro da Morciano. Costo … ?
– Una pericolosa pozzanghera d’acqua e l’irrazionale arbustaglia copripista verso Morciano. Costo … ?
– La piantumazione di varie centinaia di essenze arboree e cespugliose sul lato destro del fiume a valle del bacino e della autostrada [zona Montalbano n.d.r.], di cui non esiste più traccia per incompetenza nel piantumarle e ancor meno nel conservarle. Costo … ?
– La foce deviata per decuplicare una concessione di un minuscolo chiosco lato Misano.
– La totale distruzione della fossa dei mulini e dei mulini esistenti e funzionanti,
– La graduale distruzione della piantumazione di diverse essenze arboree di alto fusto messe a dimora dai vivaisti di Castiglion del Lago sulla fascia esterna del fiume zona Torconca dove era previsto un campeggio, costate negli anni ‘80 oltre 100 milioni di lire.

Da annotare (2)
Nel bacino artificiale si insediò negli anni ottanta la Società Canottieri di Rimini per esercitare allenamenti: il progetto di ampliamento prevedeva una lunghezza idonea per gare di canottaggio ma il comune di Misano, disattendendo la norma che prevedeva vincoli di conservazione di una fascia fluviale per rendere possibile in futuro un ampliamento dell’invaso di oltre 100.000 mc, ha ritenuto più opportuno ampliare la lottizzazione di Santa Monica…

Tutela
Parco e Bacino imbrifero del Conca: quanti studi ! quante ricerche ! quanti incarichi! quanto abusivismo legalizzato!

Questo testo è stato redatto da Mario nell’estate del 2007 e diffuso come comunicato stampa dall’ANPI di Cattolica. Esso coglie l’occasione dell’anniversario della morte nel 1944 di Domenico Rasi e Vanzio Spinelli, due giovani arruolati presso le truppe repubblichine di stanza a Cattolica, del loro avvicinarsi all’antifascismo e per questo fucilati, descrivendo anche il modo in cui avvenne la ricerca e la raccolta dell’inedito materiale documentario sulla vicenda.

I giovani di oggi sono stati sollecitati a indicare liberamente nel segreto dell’urna quale governo, quale amministratore, quali partiti e quali raggruppamenti politici dovranno gestire questa nazione Italia, così scompaginata da decenni di malgoverno.
Come possono essi comprendere, capire, interpretare quella realtà perennemente impressa nella mente e nei cuori degli ottantenni di oggi i quali subirono il triste destino di una gioventù travolta nel turbine di una tragedia bellica voluta, provocata e programmata dai nefasti regimi nazifascisti?
Le loro scelte maturarono sotto un regime in cui l’opposizione era stata messa a tacere con la violenza e con la messa in opera dei Tribunali speciali che avevano comminato centinaia di anni di galera e di confino.
Ai facinorosi manganellatori che avevano insanguinato le strade e le piazze agli albori fascisti si sostituiva lo Stato fascista che con leggi eversive e una strisciante e sottile programmazione pseudo-educativa e culturale tendeva a fascistizzare i giovani, illudendoli quali futuri conquistatori di un nuovo Impero, teorizzando la superiorità razziale e la invincibilità di un regime che poteva contare su “otto milioni di baionette”, enfatizzando l’illusione di un domani da dominatori e diffusori della cultura fascista in ogni luogo della terra.
Venne l’appuntamento con la Storia: milioni di giovani scoprirono la grande, tragica farsa ventennale.
L’impatto con la verità e la realtà fu violento.
Oppressione, ingiustizia, orrore, terrore e paura furono gli ingredienti esplosivi che preannunciavano la fine di un regime.
Venne il 25 luglio del ‘43. Il fascismo era finito! fu una gioia incontenibile, perché si identificava tale evento con la fine della guerra… ma, fu detto, “la guerra continua”.
L’8 settembre segnò l’armistizio: per i tanti combattenti e per i familiari che li attendevano ansiosi significava la fine della guerra, delle paure, delle sofferenze.
Ma ad un esercito privo di ordini subentrò immediatamente quello nazista che già aveva meticolosamente programmato con il piano Alarico l’invasione del territorio italiano.
Intere divisioni italiane si dissolsero per la fuga dei comandi, fu la corsa pazza verso casa e a nulla valsero i fulgidi esempi di opposizione al nemico tedesco della divisione Acqui a Cefalonia e dei reparti che resistettero in Roma a Porta San Paolo e in tante altre località.
Fu la caccia feroce dei nazisti ai militari e ai civili italiani, catturati e stipati come prigionieri nei carri bestiame, avviati ai campi di concentramento in Germania.
Bisognava fuggire, nascondersi nei fienili, nei campi, in montagna, negli anfratti.
Mussolini non era finito: prelevato dal Gran Sasso dai tedeschi, portato in Germania, fu messo a capo di un governo fantoccio insediato a Salò.
”Tutti i militari e i giovani di leva si presentino presso i comandi della Repubblica di Salò” era il nuovo ordine, e chi non si fosse presentato sarebbe stato, nel migliore dei casi, deportato, mentre per i renitenti, considerati disertori, era prevista anche la fucilazione.
In quei momenti diverse furono le scelte individuali, diverse le motivazioni.
Da un lato, il rifiuto di continuare la guerra a fianco dei tedeschi e cercare di sfuggire alla cattura – ribellarsi al nuovo regime e partecipare alla resistenza in montagna, nelle città, in pianura, maturando ideali di libertà, di uguaglianza, di giustizia sociale, di democrazia in netta contrapposizione con le motivazioni culturali e politiche del nazifascismo – concepire l’idea di Patria indipendente basata sugli ideali di una nuova Resistenza. Dall’altro, aderire alla Repubblica di Salò per paura di ritorsioni verso i familiari – mantenere quella concezione di “onore” e di “Patria” che si identificava con il fascismo e con l’assurda fedeltà verso l’ex-alleato nazista.
Queste le premesse per una corretta comprensione della triste vicenda di Domenico Rasi e Vanzio Spinelli.
Essi, dopo l’8 settembre, scelsero la parte sbagliata. Ma gli sviluppi bellici, gli orrori, i crimini che i nazifascisti commettevano in Italia ed in tutta l’Europa, la constatazione della assurdità di continuare una guerra perduta e la crescente perdita di vite umane maturarono nella mente dei due giovani l’avversione verso quel regime criminale, il desiderio di un ritorno agli affetti familiari, il consenso sempre meno tacito verso i partigiani che combattevano per la libertà contro l’oppressione, l’avversione dichiarata verso comandi autoritari e criminali.
Quale fu la loro fine é noto a tutti.
Dopo un processo sommario furono condannati a morte e, per ordine del famigerato maggiore Vannata, fucilati nel cimitero di Cattolica all’alba del il 24 giugno 1944.
Nei documenti recentemente raccolti (testimonianze e lettera scritta la notte che precedette la fucilazione) i due giovani esaltano gli elevati ideali di Pace, di giustizia, di libertà e di solidarietà, non si dolgono per la loro sorte ma per il dolore che provano i loro familiari.
La Giunta di Cattolica, insediata dal governatore militare alleato dopo la Liberazione, conferiva ai due giovani cesenati la cittadinanza onoraria.
Ad essi fu dedicato il nome del lungomare ed un cippo venne eretto nel I978 nel cimitero sul luogo del martirio.
Le informazioni sulla vicenda, tuttavia, erano sempre state piuttosto generiche, anche a causa della morte dei protagonisti: ascoltatori, esecutori, giudici. Un misto di omertà e di nebulosa memoria. Unico documento noto, la lettera dattiloscritta di Domenico Rasi ai familiari.

Per saperne di più telefonai all’A.N.P.I.
Cercai un nome, RASI MARIA: la sorella minore di Domenico, abitante a Cesena.
Mi recai a casa sua.
Gentilmente mi fece entrare, avanzai la richiesta di notizie.
In questi casi normalmente trovo riserbo, memorie vaghe, un certo disagio a rievocare tristi momenti della vita.
Maria invece fu veramente disponibile a fornire notizie. Si assentò un attimo e ritornò con una busta contenente fotografie e vecchi fogli ingialliti: tra di essi, la lettera autografa di Domenico Rasi.
Ma la signora Maria indicò anche un foglio particolare, datato 14 settembre I946, firmato Carlo Cortesi, bersagliere nello stesso 8° Reparto Bersaglieri della Repubblica Sociale Italiana di Salò di stanza nella rocca di Cattolica nell’estate 1944.
Tale dichiarazione venne trasmessa al tribunale di Parma nel processo intentato al maggiore Vannata [comandante del Reparto], imputato appunto per crimine di guerra.
La mia ricerca si è fermata lì perché gli atti processuali sono stati trasmessi alla Procura militare di Roma e finiti nel famoso “armadio della vergogna”.
Nella lettera sono descritti tutti particolari di quella esecuzione criminale di cui ho fornito tutto il testo alla stampa.

Il sottoscritto Cortesi Carlo […] espone i fatti accaduti il giorno 11 giugno 1944 ai giovani Rasi Domenico, Spinelli Vanzio, Fontana Ippolito. Era nostra intenzione di recarci coi partigiani portando seco mortai dei quali ne eravamo a guardia ed il relativo armamento personale. In seguito a delazione dei bersaglieri Di Poli […] e Baglioni […] fummo arrestati e condotti nel castello di Cattolica. Durante tutta la notte si susseguirono gli interrogatori condotti sotto la guida personale del Magg. Leonardo Vannata il quale non mancò, visto il nostro silenzio, di usare mezzi decisivi quali: percosse, minaccia di morte con la rivoltella in pugno. Gli interrogatori continuarono nelle giornate seguenti; per farci parlare non furono risparmiati nemmeno qui i soliti mezzi, quali nuovamente percosse e giorni 6 di pane e acqua. Vista l’inutilità degli sforzi per ottenere una confessione da parte nostra il Magg. Leonardo Vannata chiamò il tribunale delle S.S. tedesche al fine di farci processare.
Le accuse erano: disfattismo nelle forze armate, intelligenza con i partigiani, propaganda sovversiva; dette accuse furono sostenute dai due delatori Baglioni e Di Poli i quali sapendo, come a loro comunicato prima del processo dal Magg. Vannata, che se fossero riusciti con il peso delle loro accuse, a porre il tribunale giudicante ad essere draconiano, sarebbero stati promossi di grado; cioé da caporale che rivestivano all’atto dei fatti al grado di sergente, non mancarono di mettere in potenza tutte le loro energie per raggiungere lo scopo. Cito all’uopo un particolare: Il Presidente del tribunale domandò ai due delatori se l’opera disfattista svolta da noi poteva essere interpretata realmente come frutto della nostra fede di antifascisti o al contrario, come semplici considerazioni di parole gettate al vento come conseguenza logica dei recenti sconvogimenti politici dell’Italia .
La risposta dei due delatori é la seguente: possiamo pienamente provare la fede di
antifascisti degli accusati i quali cercavano di intaccare la nostra idea e di convincere (sic) i principi fascisti di parecchi bersaglieri del battaglione. Giuriamo che tutto ciò che stiamo dicendo è la verità e cosi elencarono tutte le discussioni da noi avute sia con i bersaglieri come con i civili di Cattolica, discussioni per le quali si affermava le sorti della guerra essere perdute per i tedeschi e per i fascisti, della figura meschina del duce che stava causando la rovina dell’Italia, dell’apprezzamento verso i valorosi partigiani che stavano combattendo la vera causa della libertà. Così per la loro premeditata volontà di riuscire nell’intento, dopo le istigazioni ed il premio promesso dal Magg. Vannata, misero il tribunale nella precisa condizione di dover applicare l’aggravante e non l’attenuante come si era dimostrato di essere ben intenzionato per la domanda sopracitata circa l’interpretazione dell’opera disfattista. Terminata la prima udienza, mentre eravamo ricondotti in cella Spinelli Vanzio si rivolse ai due delatori pregandoli di alleviare le accuse dato che il tribunale volevasi dimostrare clemente, la risposta fu un sorriso, indi si recarono dai componenti il tribunale e raccontarono quanto loro era stato richiesto. Durante la seconda udienza furono contestate le accuse rimaste quali: per il Fontana Ippolito l’aver sparato con un moschetto sull’effige del duce, per il Cortesi Carlo aver cantato l’inno comunista, Bandiera rossa, come pure diverse discussioni disfattiste e propagandistiche. Le condanne furono: Pena di morte per Rasi Domenico e Spinelli Vanzio, due anni e mesi sei di lavori forzati in Germania per il Fontana Ippolito, un anno per il Cortesi Carlo. Faccio presente il contegno scorretto tenuto dal Magg. Vannata durante tutto il processo, il quale, spesse volte cercò di controbattere di sua iniziativa personale le nostre discolpe pur non essendo chiamato direttamente in causa dal tribunale e non avente nessuna veste ufficiosa se non quella di semplice spettatore, le risa ciniche del medesimo ogni qualvolta l’evidenza dei fatti impedivano a noi di provare la discolpa, le gesta con le mani tramite le quali voleva significare che ci voleva strozzare, contegno al quale nemmeno i ripetuti richiami del presidente il tribunale posero termine. Fu il magg. Vannata che diresse personalmente, collaborando efficacemente e facendo pressioni presso l’autorità del tribunale tedesco per ottenere, come ebbe lui stesso a dichiarare di fronte ai suoi bersaglieri un esempio, valido monito per frenare le recenti disgregazioni che andavano infiltrandosi fra il battaglione. I componenti il plotone d’esecuzione furono scelti dal magg. Vannata, il S. Ten. Dantona designato a comandare l’esecuzione si rifiutò pochi istanti prima, in seguito all’ordine preciso del magg. Vannata che lo minacciò di freddarlo sul luogo diede il tragico comando d’esecuzione. Il S. Ten. Aschedamini […] sparò due colpi di grazia sul corpo di Rasi Domenico. Avvenuto il fatto i due delatori Baglioni e Di Poli, in una discussione fra compagni dissero che i due giovani si erano meritata la condanna ed era giusto che pagassero con la vita le loro colpe, compiacendosi poi per la fiducia e l’elogio che il tribunale tedesco gli aveva tributato.
(Una prima relazione sui fatti, più dettagliata, fu da me fatta al Tribunale di Parma
durante la testimonianza che feci presso il Giudice Istruttore).
Firmato: Cortesi Carlo

Terminata la lettura, la signora Maria mi porse – come fosse una reliquia – la lettera autografa del fratello Domenico: due fogli di un grigio stinto di carta da lettere, scritta fittissima ma senza discontinuità dei caratteri, significativa di una fermezza d’animo e di serena consapevolezza del tragico imminente impatto con la morte, una lettera soffusa di un immenso amore familiare, di saldezza di principi, di un amaro rimpianto per una infame condanna, che diviene più significativa per quel perdono verso i carnefici in quanto “sconsiderati che non sanno quello che fanno”.
Tuttavia, conoscendo le tante vicende tristi e criminali del nazifascismo, noi diciamo che lo sapevano eccome, e che solo la responsabile politica di un governo democratico succedutosi alla dittatura ha saputo scegliere quella via alla pacificazione ed al perdono che ha dato la libertà anche a coloro che, non comprendendo di aver scelto una strada sbagliata, avevano operato per far restare in piedi una repubblica fascista, stampella senza valore di un esercito nazista occupatore del territorio nazionale.
Si scorrono quelle righe con commozione, vi è anche un libretto stampato con le lettere dei due ragazzi, quasi simili per i comuni sentimenti che li accomunavano ed univano anche nel tragico destino.
Con amarezza la sorella espresse un certo disagio per il prolungato oblio: noi ora vogliamo dirle che Cattolica, l’A.N.P.I., i cittadini democratici, l’Amministrazione comunale accomunano nella memoria dei martiri per la libertà i due giovani Domenico Rasi e Vanzio Spinelli con Egidio Renzi (antifascista, massacrato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo I944), Agostino Cicchetti (perito il 13 aprile I944 a seguito di ferite durante uno scontro con i tedeschi in azione di rastrellamento lungo la Linea Gotica) e di tutti coloro che il nazifascismo rabbioso, prossimo alla sconfitta, soffocò nel sangue, seminando il terrore nella vana speranza di stroncare quella Resistenza che invece si fortificò e trovò nella stragrande maggioranza della popolazione così vasto appoggio e consenso.
[…] Rendere loro omaggio è doveroso e significativo di una memoria che non va cancellata, di una volontà di rifiuto della violenza, della condanna di qualsiasi regime passato e presente che calpesta o intende sopprimere quei valori di pace, di giustizia e di liberta che furono il sogno dei tanti che furono spenti per aver lottato e sperato in quegli ideali.

La nipote Elena deve fare un compito, raccogliere le memorie dei propri nonni ed anche di Mario,  fratello della nonna Anna.L’intervista/intervento – sintetizzato – confluirà poi nel progetto “La quotidianità della guerra” realizzato dalle classi 4ª e 5ª della scuola primaria “Morelli” di Ravenna.

Cara Elena,
tu mi chiedi la storia di quando ero giovane, purtroppo tanti anni fà.
Difatti sono nato dieci anni prima di nonna Anna, in una casa di campagna.
Niente luce elettrica, niente gas, niente rubinetto dell’acqua, niente riscaldamento con i termosifoni, niente strada asfaltata, niente auto nelle case.
C’era solo una sgangherata Fiat Balilla che serviva per tutto il paese.
Il viottolo era fangoso in inverno e polveroso in estate.
Niente materasso nel letto ma un pagliericcio fatto con le foglie di granoturco che a volte foravano… la schiena.
Per scaldarlo si metteva il… prete con la… suora; al mattino ci si lavava il viso nel catino rompendo il ghiaccio se durante la notte aveva gelato; si mangiava il pancotto (pane – acqua, poco sale, poco lardo, fatto bollire e con un condimento eccezionale: la fame).
Sono nato quando il fascismo ha conquistato il potere.
Bisognava solo ubbidire.
Più si era poveri e più bisognava subire.
Al sabato si andava a scuola vestiti da “balilla”.
Si marciava con un fucilino di legno, e l’assenza comportava la giustificazione del padre che, se si rivelava antifascista, veniva segnalato dalla polizia e rischiava di essere… lisciato sulla schiena con un arnese tipo… randello.

Fratello e sorella a cena nel 2004

Fratello e sorella a cena nel 2004

Ho fatto spesso la ninna nanna a nonna Anna trascinandola in giro dentro una cassetta di legno, simile a quelle della frutta.
Frignava sempre.
In casa c’era il telaio e a volte tessevo la tela di canapa.
Sopra, in primavera, si allevava il baco da seta che veniva nutrito raccogliendo tante foglie di gelso.
In quel periodo si girava scalzi e coi piedi nudi nel fango si facevano venir fuori i riccioli di melma da tra le dita.
Che spasso.
Così si risparmiavano le scarpe.
Il grano si mieteva con la falce, curvi tutto il giorno e forse ciò ha contribuito a farmi venire il mal di schiena.
Da studente frequentavo la scuola dove era stato… Mussolini.
C’erano in mostra le sue pagelle.
Bei voti in storia e letteratura ma, se ben ricordo, scarso in matematica.
Difatti ha sbagliato tutti i conti
Poi, finita la scuola, divenuto maestro elementare fui chiamato a fare il militare in aviazione.
Ma era incominciata la guerra.
Fu detto che sarebbe durata sei mesi con un migliaio di morti.
E’ durata sei anni con oltre 56 milioni di vittime.
Ero appena stato promosso ufficiale pilota che il governo fascista cadde, causa i disastri e le sconfitte, causa anche dell’odio crescente per avere portato l’ Italia ed il mondo alla rovina.
Ovunque morti: al fronte in terra, in mare e nel cielo e sotto le rovine delle città distrutte.
L’esercito si era sfasciato, tutti i militari cercavano di tornare a casa; ma era subito risorto il fascismo, peggiore di quello di prima.
I tedeschi invasero l’Italia per tentare di fermare gli eserciti alleati che erano sbarcati in Sicilia e risalivano lo stivale.
Volevano che ritornassimo a combattere, a fare la guerra.
Prima mi nascosi e poi, con tanti altri partigiani, decidemmo di fare la guerra contro coloro (tedeschi e nuovi fascisti) che volevano che continuassimo a… fare la guerra.
Anche il tuo nonno Gigino era assieme a noi.
Di giorno ci si nascondeva e di notte si compivano i cosidetti sabotaggi e anche attacchi con le armi contro tedeschi e fascisti.
Sono stato fortunato perché parecchie volte la morte mi ha sfiorato; purtroppo tanti amici, per malasorte, sono rimasti uccisi.
Tu forse mi vuoi chiedere: 

“Quanti nemici hai ucciso?”.

La guerra é il più grande e mostruoso crimine perche ti costringe in certi casi ad uccidere per non essere ucciso.
E’ più importante rispondere ad un’ altra domanda:

 “Quante persone hai salvato?”

Eravamo nella pineta di Ravenna tra il Bevano ed il fosso Ghiaia.
Di fronte c’erano i tedeschi.
Si accorsero della nostra presenza, cominciarono a sparare.
Un amico partigiano venne colpito ad una coscia.
Il dilemma: ritirarsi al riparo o andare a prenderlo con il rischio di essere colpiti?
Oggi faccio fatica a camminare ma allora ero svelto come la lepre.
Strisciai, riuscii ad evitare i colpi, raggiunsi l’amico e lo trassi in salvo.
Altro episodio.
Ci eravamo inoltrati, io Ravaglia e il tenente Ubaldi in una zona minata e, ad un tratto, Ubaldi mise il piede in una mina.
Una gamba era distrutta; io, fortunatamente, fui colpito solo qualche piccola scheggia; l’ufficiale stava per morire dissanguato, ma c’era il pericolo di calpestare un’altra mina; ero rimasto immobile, le mine erano nascoste dappertutto, era urgente soccorrere il ferito.
Decisi di muovermi, gli strinsi con una cintura il moncone di gamba rimasto, e con molto batticuore lo trascinai fuori dal pericolo.
Era gravemente ferito ma era salvo.
Ho incontrato i due amici dopo oltre vent’anni e… ci siamo abbracciati.
Poi abbiamo partecipato alla liberazione di Ravenna il 4 dicembre del 1944, abbiamo continuato a respingere i nazifascisti fuori dal territorio [ravennate], oltre le valli di Comacchio, siamo giunti a Padova e Venezia ed il 25 aprile 1945 tutta l’Italia era libera.
Sconfitto il nazifascismo, conquistata la libertà, purtroppo al prezzo di tanti caduti, ritornammo a Ravenna, accolti da un entusiasmo popolare incredibile.
Ma c’erano tante macerie, tante case distrutte, tanta fame e tanto dolore per tanti giovani che non avrebbero più fatto ritorno,
Ma c’era anche tanta speranza che tutto ciò non sarebbe più accaduto, che non ci sarebbero state più guerre, che sarebbe cessata la fame per tanti milioni di esseri umani; c’era la speranza di un avvenire in cui la parola PACE volesse significare Libertà, rispetto dei diritti del fanciullo.
Ma ciò non si é verificato.
Di bambini ne muoiono per fame, malattie non curate, guerre e ingiustizie oltre 5 milioni.
Basta leggere le notizie al numero 160 di TeleVideo per scoprire che nel mondo la guerra, le tante guerre, continuano. 
Ciao, un abbraccione… ritardatario.

Sono nato quando imperversava il fascismo violento: cresciuto, educato acculturato fascisticamente; poi le guerre fasciste (l’Etiopia, la Spagna), le leggi razziali, la guerra lampo del 10 giugno 1940 – sei mesi, a Natale tutti a casa! mille morti per il diritto alla spartizione del potere da vincitori con i nazisti in Europa e nel mondo.
Poi, una serie di sconfitte, stragi e crimini, e il ritorno a casa dopo cinque anni.
Noi siamo la storia del periodo più infame del ventesimo secolo: infamie e orrori che sono emersi solo dopo lo sfacelo del fascismo armato dopo il 25 luglio del ‘43 e l’abbandono di un governo imbelle seppur legittimo dell’8 settembre. Tutti a casa… ma come, ma dove? Solo la fortuna mi ha permesso di evitare i campi di concentramento ma c’é stata anche la decisione di diventare “bandito” ribelle partigiano, di fare la guerra contro chi voleva che continuassi la guerra.
In quel periodo drammatico nella lotta contro una dittatura spietata sono maturati quei valori di libertà, di giustizia sociale, di democrazia e di solidarietà. Sconfitto il nazifascismo militarmente, dopo 60 anni dobbiamo constatare che un nuovo fascismo strisciante, ambiguo ma non meno pericoloso e arrogante di quello violento e bellicoso sta smantellando la memoria storica con un revisionismo fatto di fascismo edulcorato dove emerge un Mussolini buon padre di famiglia che con dolore condanna alla fucilazione i suoi avversari, ridotto contro la sua volontà a costituire un governo al servizio dell’invasore, perfino intenzionato a riaffermare – impotente – i valori del socialismo, precursore sostanzialmente di questa destra che invece del manganello si prefigge di conseguire gli stessi obbiettivi della cosiddetta Era fascista smantellando foglia per foglia gli strumenti del potere democratico, come il bruco che lentamente ma inesorabilmente distrugge la foglia e toglie linfa alla pianta .
Soffocata la memoria della Resistenza diventa un gioco cancellare la Carta costituzionale e – perché no? – la democrazia e la libertà. Via per ora le insegne stradali, via le onoranze, via anche la verità e l’interpretazione della verità storica nei testi di scuola, avanti le foibe che ad ogni verifica pseudostorica moltiplica le vittime di quella brutta pagina intrisa di odi, vendette, scontri etnici e ideologie estremiste: da 2.000 a 5-10 mila fino a decine di migliaia; una storia fatta di partigiani e banditi responsabili di essere stati causa prima delle stragi nazifasciste per gli attacchi a reparti e colonne nazifasciste che operavano rastrellamenti indiscriminati mentre indietreggiavano sotto l’avanzare degli alleati.
L’ “armadio dalla vergogna” con i numerosi fascicoli delle infinite infamie dei nazifascisti, impotenti a sconfiggere un esercito di volontari che con il consenso e il concorso ed il sacrificio della maggioranza delle popolazioni lottavano per la pace e la libertà, é ancora mezzo aperto e mezzo chiuso. Ancora si rimanda l’approvazione della legge per le celebrazioni del 60° e si stravolgono i valori con la proposta di riconoscimento militare dei militanti nelle famigerate Brigate nere della Repubblica di Salò.
La quercia costituzionale é salda ma occorre disinfestarla, i sinceri democratici hanno un’arma potente per dissolvere i bruchi che la infestano: quella del voto; la strada da percorrere é quella dell’unità di tutte le forze ed espressioni di sinistra e centrosinistra per sconfiggere la destra. Allora la scelta era antifascismo contro nazifascismo, due valori totalmente contrapposti
Le differenze di carattere politico e ideologico dovevano essere rinviate ad un dopo con il consenso popolare e con l’instaurazione di uno stato democratico.
Partiti, organizzazioni, associazioni culturali sociali e sindacali che si riconoscono nei valori dell’antifascismo devono percorrere fino in fondo la strada dell’unità nella diversità, la sola via per mandare a casa gli attuali governanti.
L’ANPI da tempo rivolge appelli e certamente ha contribuito a conseguire quei risultati là dove si é trovata la strada dell’unità. Ma l’ANPI chiede ai giovani di aderire, di organizzare punti di riferimento nel territorio e nei vari Comuni per iniziative in grado di sensibilizzare scuola e popolazione sulle ragioni delle nostre scelte. Come fatto promozionale per incontri unitari ritengo essenziale che i dirigenti della componente politica più qualificata sotto il profilo organizzativo, i DS, siano per primi gli iniziatori della nascita in ogni Comune della ANPI, che nel nostro territorio finora ha conseguito interessanti risultati negli incontri con le scuole e con il contributo degli Enti locali (cito Cattolica, San Clemente e Misano). E’ per questi motivi, approfittando di questo incontro, che invito in particolare i compagni amministratori a promuovere con la massima urgenza incontri per la costituzione unitaria del comitato celebrativo del 60° anniversario della Liberazione.

“Settant’anni dopo rivive il mito di Balbo – Si celebra oggi, il 70° anniversario della Trasvolata Atlantica di Italo Balbo, del 1933. Nel borgo di Montefiore (RN) la manifestazione, che si svolge sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e col patrocinio del Senato e della…” (Il Resto del Carlino, 19 luglio 2003)
E’ questa l’occasione per una protesta che si manifesta anche in uno scritto inedito di Mario in cui fatti collettivi e privati si mescolano seguendo il filo della memoria.

Le manifestazioni rievocative sono sempre corredate di una scheda-curriculum descrittiva dell’intera vicenda. Se si tratta di un personaggio politico è d’obbligo l’antefatto con i relativi meriti e demeriti sotto il profilo storico, artistico, scientifico, culturale, intellettuale.
Il personaggio Italo Balbo verrà presentato al teatro di Montefiore Conca nella qualità di promotore e comandante dello stormo di aerei che nel luglio del 1933 effettuarono per primi la trasvolata atlantica che permise al fascismo di cogliere l’occasione per esaltare i grandi meriti del regime, edulcorando in tutto il mondo l’immagine di una dittatura salita al potere con la violenza e la sopraffazione.
Interessante l’antefatto.
Negli anni venti ed in particolare dal 1921 al 1924 Italo Balbo e le squadracce fasciste da lui capitanate imperversarono contro gli antifascisti, gli operai, le popolazioni di Ferrara, Ravenna, Imola, Bologna e di tutte le città dell’Emilia-Romagna.
Innumerevoli le violenze, gli incendi, le distruzione di sedi politiche, sindacali e tipografiche, le uccisioni e le bastonature di civili, con uso di olio di ricino.
Italo Balbo, divenuto il più potente uomo del regime dopo Mussolini, fu sempre per l’uso della violenza, identificando il fascismo con lo Stato e fu perenne assertore della eliminazione di ogni libertà.
Con una arroganza ed intraprendenza che certo destarono anche gelosie ed invidie all’interno dell’apparato fascista fino a che probabilmente il Duce lo ritenne troppo ingombrante; ombroso e diffidente, Mussolini non trovò di meglio – si disse per premiarlo – che nominarlo Governatore della Libia per toglierselo una volta per tutte dai piedi.
Il 28 giugno 1940, di ritorno alla base di Tobruk (era con lui come fedelissimo anche un giovane di Cattolica, un certo De Nicolò), venne abbattuto dalla contraerea…. italiana.
I dubbi furono molti in tutti gli ambienti di allora e restano negli storici di oggi.
Una contraerea dichiarata efficientissima, perchè lo centrò in pieno giorno con tanto di fasci dipinti sulla carlinga e sotto le ali?
Di certo qualcuno addentro nelle segrete cose del fascismo espresse vivo cordoglio tirando tuttavia un respiro di sollievo.
Quella fu la non-eroica fine di un gerarca che si trascina nella memoria non solo la gloria di una eccezionale trasvolata ma anche il bieco volto della dittatura violenta e razzista.
Noi esprimiamo una preoccupazione: che lo strombazzamento di quella impresa non voglia essere anche occasione per esaltare quel fascismo che per l’On. Berselli si suicidò per colpa dei cosiddetti ‘gerarchi traditori’ il 25 luglio 1943, e nei fatti fu cancellato dai partigiani e dagli alleati il 25 aprile 1945.
Ciò non toglie nulla ai meriti attribuiti giustamente ai precursori di quella conquista dei cieli che fu il sogno di Icaro, che divenne realtà con i fratelli Wright, Bleriot, De Pinedo, Agello e tanti e tanti ancora, con tante tragedie e alterni successi, fino agli attuali astronauti con la loro aspirazione alla conquista di più sempre più lontani spazi siderei, rincorrendo il sogno di Ulisse.

Quel 25 luglio del 1943

Solo gli storici e i ricercatori confrontando resoconti e notizie d’archivio possono descrivere nei dettagli ciò che avvenne il 25 luglio del 1943, nei giorni precedenti e subito dopo, perché all’epoca le notizie ufficiali di stampa e radiofoniche italiane più che dare una valutazione degli avvenimenti furono limitate a secchi e brevi comunicati.
La memoria personale invece descrive meglio gli stati emozionali e i comportamenti singoli e collettivi durante e dopo quell’episodio.
Il tempo, i governanti e gli apparati del potere attuale stanno tessendo il telo dell’oblio: del fascismo oggi vi é solo la volontà di estrapolare immagini di folklore, di adunate oceaniche, di imponenti parate di ogni età.
Ma quel 25 luglio del 1943, con quelli che sarebbero divenuti alleati che risalivano dal sud, le città bombardate, le cosiddette ‘ritirate strategiche’ rappresentò la resa dei conti.
Noi giovani allora, non concepivamo neppure il senso degli avvenimenti.
Il 25 luglio del 1943 avevo appena terminato il corso per allievi ufficiali piloti nel campo di addestramento di Castiglion del Lago.
Il clima era depresso.
Il fronte si avvicinava.
Un Macchi 200 alzatosi in volo per contrastare le fortezze volanti era da poco rientrato con il pilota illeso ma con l’apparecchio ridotto ad un colabrodo.
Di converso si osservavano tre moderni aerei da caccia fermi ed inutilizzati al bordo del campo.
Nel primo pomeriggio la notizia: il Gran Consiglio del fascismo aveva votato contro Mussolini approvando l’ordine del giorno Grandi.
Il fascismo si era suicidato.
Sembra che il Duce esprimesse solo la preoccupazione per lo stato di… disoccupazione in cui si veniva a trovare; quando due carabinieri procedettero al suo arresto neppure seppe valutare le conseguenze politiche di quella decisione a maggioranza dei gerarchi fascisti che con quella scelta probabilmente si proponevano non tanto di salvare il salvabile ma concretamente si preoccupavano della propria pelle dato che la sconfitta militare era solo questione di poco tempo (anche se purtroppo si protrasse per altri 21 mesi).
Nella mia camerata – improvvisa – una scazzottata.
Un Bucalossi inneggiò al re e un certo Nocetti di Modena esaltò il socialismo e la libertà accomunando la responsabilità del re con i misfatti del fascismo.
Imbevuti per vent’anni di un’idea che vi fosse un solo capo, il Duce, con davanti il naufragio di tante illusioni di grandezza, ignari di politica e di ideologia che non fosse quella fascista, coscienti del grave pericolo di avere a disposizione mezzi di attacco e di difesa inadeguati (vi era stata una vera strage dei piloti del corso precedente abbattuti nei vari cieli d’Europa e dell’Africa), ci si sentiva equipaggio di una nave senza guida in mezzo alla tempesta.
Cominciai solo allora a riflettere sulla Storia, e sui concetti di libertà, di giustizia, di democrazia, sulla assurdità di continuare una guerra voluta da un regime oppressore, sulla esigenza di un nuovo Ordine, poichè quello monarchico e la subentrante dittatura militare rifiutavano l’unica scelta razionale: l’armistizio subito, la pace, la fine di un inutile massacro.
Eppure, nonostante il dramma in atto, non vi fu violenza verso i vari gerarchi, gerarchetti e i cosidetti fedelissimi – salvo rari casi isolati – ma vi fu il tripudio nell’abbattimento di statue, busti, lapidi, insegne del regime; fu lo scoppio di una gioia improvvisa nel reagire distruggendo l’appariscente, di qualsiasi materiale esso fosse…
Nella stessa giornata sparirono come per incanto feluche, stendardi, divise gallonate, i più noti fascisti pure sparirono dalla circolazione, rintanati in casa o allontanatisi dai luoghi dove erano noti.
Poi tutto cessò, e quelle prospettive di libertà sorte nel mondo antifascista (i molti che erano da anni nelle carceri stentarono perfino ad uscire dai cancelli) furono vanificate.
La stampa e le voci libere di diverse idee ma solidali contro guerra e fascismo non furono ascoltate ne’ dal re ne’ dal nuovo governo militare.
Tuttavia si avviò un processo di riordino dello stato e in quegli incontri, ancora quasi semiclandestini, si gettarono le prime basi per il passaggio da una dittatura ad un regime di espressione popolare rappresentativo di varie tendenze politiche democratiche.
Nel campo, intanto, a causa della avanzata alleata, fu dato ordine di trasferire gli aerei da Castiglion del Lago a Fano.
Lì atterrato il 5 settembre mi fu impossibile rientrare per effettuare un secondo trasporto causa interruzione della linea ferroviaria.
All’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre l’intero comando sparì dall’aeroporto senza impartire nessun specifico ordine; spariti pure tutti gli aerei efficienti.
Improvviso un aereo tedesco a volo radente mitragliò il campo.
Fu il segnale di un fuggi fuggi generale per raggiungere il luogo più caro, la casa e la famiglia, evitando di essere beccati dai tedeschi che già controllavano stazioni, caserme e i punti nevralgici delle città.
Poi quella fine della Patria di Benedetto Croce fu smentita dai tanti che in montagna, nelle pianute e nelle città e nelle valli scelsero la lotta per la libertà contro l’oppressore nazifascista.
E nella Resistenza ritrovai quelle motivazioni che per vent’anni il fascismo aveva soffocato.
In quei luoghi e in quelle vicende, scrisse Piero Calamandrei, nacque la nostra Costituzione.

In occasione del 13° Congresso Nazionale A.N.P.I., tenutosi a Padova – Abano Terme dal 29 al 31 marzo 2001, Mario – quale rappresentante dell’ANPI riminese – lesse e consegnò per la pubblicazione negli Atti il suo intervento.
In esso si sostiene calorosamente la necessità di inserire negli organismi direttivi, accanto agli “attempati partigiani”, tutte quelle figure “giovani e meno giovani che non da oggi sono con noi nella realizzazione di programmi, nella elaborazione di iniziative culturali”, nel nome dei comuni “valori della Resistenza e della lotta di Liberazione espressi dalla Costituzione italiana – ribadiamolo ben forte con Calamandrei – nata dalla Resistenza” : cosa che avverrà pochi anni dopo.
Oltre a ciò vi è una drammatica ma lucida pre-visione della situazione politica italiana, in un momento in cui la Destra berlusconiana aveva da poco vinto nuovamente le elezioni, che qui oggi – nel 2010 – riportiamo.

(…) L’unità non esiste se non si considera la diversità come elemento che non deve sovrastare interessi e valori politici e culturali di valenza nazionale e internazionale. Quando abbiamo il nemico di fronte, l’attendismo è come la terra di nessuno, il disimpegno è sempre un favore che si fa all’avversario, il rifiuto di fare causa comune è un invito all’avversario ad avanzare senza rischiare.
Oggi abbiamo di fronte un vero e concreto fascismo in chiave moderna, che non mostra i muscoli e il bastone di piombo rivestito di cuoio, ma si avvale degli strumenti di informazione e persuasione strisciante, che sono ben più pericolosi perché costituiscono i prodromi di una democrazia autoritaria che sovverte i valori costituzionali senza apparentemente annullare la normativa costituzionale.
(…) non dobbiamo sprecare ne’ un’ora ne’ un giorno senza agire perché direttamente o indirettamente si faccia opera di persuasione a votare contro una destra illiberale e a scegliere senza distinguo l’area della sinistra così estesa fino al centro, convinti che non vincere ora significa abbandonare speranze di vittoria a breve termine.


Tratto dalla nota n. 126, pag. 120, del libro di Luigi Martini intitolato “Le Ville Unite ed il Distaccamento Settimio Garavini” (Ed. del girasole, Ravenna, 1995). Si tratta di una relazione conservata presso l’Istituto Storico della Resistenza di Ravenna.

Al Reparto operante a Savio:

Relazione disciplinare: tutti i partigiani di codesto reparto, in modo speciale gli otto inviati ieri sera, sono invitati a cessare immediatamente ogni giudizio riguardo il provvedimento disciplinare preso da codesto comando. Per chiarire il caso e impedire il diffondersi di voci infondate inviamo la seguente esposizione. mentre veniva fatto sotto controllo e trasportato in luogo sicuro il cuoio occultato dal Sig. Battistini, elementi incoscienti facevano trasportare alla propria abitazione per conto personale, un rotolo di cuoio. Il comando partigiano, informato della grave infrazione, svolte con esito positivo le relative inchieste, ha preso la decisione di allontanare dal distaccamento tutti i complici quelli che presenti al momento dell’indebito appropriamento non lo avevano denunciato, rimanendo estranei ai loro doveri e alle loro responsabilità di patrioti. Il comando di brigata appena possibile prenderà gli opportuni provvedimenti. Non è quindi il caso di avanzare proteste personali. Sappiano i partigiani che l’epurazione di elementi opportunisti e immorali rafforza la compattezza e aumenta la stima del distaccamento. Le formazioni partigiane sono l’espressione più pura della nuova Italia e debbono perciò raccogliere solo i giovani onesti e disciplinati che intendono combattere per la libertà del nostro paese senza speculazioni personali. Avanti sempre più uniti e entusiasti per la liberazione della nostra provincia, della nostra regione, della nostra patria. Morte all’invasore tedesco, morte alla canaglia fascista.

San Pietro in Campiano, 18/11/1944.

Il comando partigiano. Il comandante politico Vincenzo.

Questo blog è dedicato a Mario Castelvetro, un Italiano che dal 2007 non è più tra noi.
Un luogo immateriale in cui verranno ospitati documenti politici e non, suoi o su di lui e comunque legati al mondo materiale e ideale di un uomo che deve la sua formazione etica e politica alla scuola di lotta e di democrazia della 28a Brigata Garibaldi, comandata dall'amatissimo Arrigo Boldrini.
L'ordine cronologico rispetterà le date di creazione dei testi.
Un "Memory Blog" su e per Mario, dunque, ma anche un contenitore dinamico di informazioni su fatti, luoghi, personaggi (ancora) contemporanei.
Cercando di essere fedeli a quei valori che ha saputo trasmettere di umanità, giustizia, senso del dovere, onestà materiale ed intellettuale, senza ambizioni che non fossero quelle di essere utile ai suoi simili - nel senso comunista del termine.

A cura di Maurizio Castelvetro


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