La “croce celtica”
simbolo del neonazifascismo

Alla fine della seconda guerra mondiale i territori di Germania e Giappone furono pesantemente coinvolti dalla riscossa alleata, con bombardamenti e devastazioni drammatiche (basti citare episodi anche controversi come Dresda e Hiroshima) che indicarono pesantemente quali conseguenze nefaste avessero avuto le politiche imperialiste di aggressione e di sterminio perseguite dai nazifascisti: il popolo tedesco e giapponese, prima volonteroso carnefice poi vittima suo malgrado, dal dopoguerra non ha mai recriminato su questi episodi, al massimo trattandoli con vergogna e dolore, o cercando di ignorarli per il loro pesante carico di responsabilità pubbliche e private.

L’Italia invece, con la sua monarchia imbelle, con la resa dell’8 settembre 1943 ha tentato di salvare sè stessa e di evitare le distruzioni che la guerra voluta dai nazifascisti stava portando, una guerra che – senza quella resa e senza il contributo politico, morale e militare della Resistenza italiana – avrebbe portato l’Italia alla catastrofe, con distruzioni immani del patrimonio culturale, un ulteriore pesante carico di morte, disastrosi danni di guerra da pagare alle nazioni vincitrici, così come è avvenuto per Germania e Giappone.

Ma ciò in Italia non vi è stato, e non non certo grazie alla “difesa della Patria” operata da parte della Repubblica Sociale, che pur  di “onorare” l’alleanza coi nazisti non avrebbe esitato a permettere di fatto la distruzione dell’Italia stessa.

E qui sta il punto: non avendo subìto sino in fondo le CONSEGUENZE delle sue disastrose scelte – appunto come in Germania e Giappone – l’Italia fascista e militarista uscita dalla guerra non si è mai assunta la RESPONSABILITA’ del proprio fallimento morale e politico, continuando a ritenere il fascismo non il male assoluto ma una semplice opzione politica accidentalmente uscita sconfitta dalla guerra, anzi, continuando addirittura a ritenere di avere voluto difendere non il fascismo ma la Patria, e quindi ritenendo di avere svolto – PARADOSSALMENTE – lo stesso compito della Resistenza… ma dalla parte opposta.

Dopo essersi comportati come i più spietati carnefici, sin dal primissimo dopoguerra i fascisti iniziarono ad atteggiarsi a vittime, trovando complicità in un apparato Statale rimasto in gran parte indenne da epurazioni: la Storia della nostra giovane Repubblica è costellata di tentativi di golpe, pseudolegali e illegali, sul cui sfondo è sempre presente una mano fascista e antidemocratica: per fortuna, ma con fatica, sventati sempre grazie alla presenza di una robusta tradizione politica e democratica che, non dimentichiamolo, faceva perno sui valori della Resistenza e sulle norme della Costituzione repubblicana che da essa era nata.

Ancora oggi dunque dobbiamo sopportare i rigurgiti neofascisti, i quali nelle loro motivazioni recuperano lo spirito pseudorivoluzionario del primissimo fascismo (quello squadrista che incendiava le case del popolo, tanto per intenderci), puntando sulla purezza della “Nazione” che va difesa dalla contaminazione straniera, facendosi forte della contestazione di episodi spiccioli seppur drammatici legati alla Resistenza, facendo della complesso episodio delle Foibe istriane una bandiera per rivendicare una (impossibile) equivalenza con l’Olocausto e l’infinita sequenza di infamie nazifasciste.

Purtroppo tali rigurgiti nazifascisti, ancora poco visibili esteriormente ma serpeggianti in maniera sempre meno sotterranea, rischiano di trovare un brodo di cultura nella crisi economica e morale di questo inizio millennio.

La vigilanza e soprattutto la presenza attiva nel tessuto sociale di tutte le forze antifasciste è l’antidoto per queste dinamiche sociali così pericolose: i neofascismi devono capire di avere di fronte a sè due uniche opzioni politiche possibili: l’isolamento e la condanna. Ignorarli per evitare provocazioni o l’amplificazione delle loro idee, ma anche mobilitazione ogni volta che la soglia di pericolosità sociale è superata.

Nel dopoguerra per decenni furono attivi nelle città (ed in alcuni casi lo sono tuttora) dei Comitati unitari di vigilanza democratica antifascista, formati dalle rappresentanze di tutte le componenti democratiche e appunto antifasciste della società: Partiti, associazioni, circoli politici. Con ciò recuperando l’esperienza del 1943/1945 quando fu attivo il CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) che nel nome di una comune battaglia di democrazia univa partiti di diversissimo stampo politico: comunisti, cattolici, repubblicani, liberali, monarchici ed anche anarchici.

L’unità delle forze democratiche è un caposaldo della nostra democrazia. Credo sarebbe opportuno la ricostituzione di tali Comitati, l’ANPI la sosterrebbe certamente, perché questa è la nostra storia, e questo dev’essere il nostro presente.

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