(…) Quest’anno la ricorrenza annuale della Liberazione dall’invasione tedesca e dal regime fascista cade durante il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Un anniversario fortemente sostenuto dal nostro Presidente Napolitano – un anniversario che, nell’Italia di oggi, non appare rituale, ma  piuttosto un rinnovato richiamo ai valori condivisi che ci rendono, appunto, fratelli d’Italia.

Siamo qui dunque a celebrare la memoria di fatti lontani, o addirittura lontanissimi per i giovani nati attorno al cambio di secolo, il XXI secolo.

Eppure, questa memoria appare ancora capace di suscitare emozioni, passioni, entusiasmi, indignazioni, polemiche.

Una memoria di drammatica attualità se ancora oggi sono notizie di attualità, in occasione di questa giornata – ma anche prima -, alcune azioni di propaganda a sostegno del fascismo mussoliniano, tentativi di revisionismo travestiti da neutralità, attacchi ai principi fondanti della nostra Costituzione, mentre si ascoltano voci scettiche se non ostili all’importanza di celebrare le ricorrenze che oggi celebriamo.

Esiste purtroppo una memoria breve, non consolidata, continuamente aperta ad una lettura revisionista, distorta e non condivisa della storia.

Noi crediamo invece di avere una memoria profonda, una memoria che parte da quei patrioti che, nel 19° secolo (il 1800), lottarono per creare una nuova nazione, unitaria, democratica, aperta al mondo: quella nazione che oggi chiamiamo Italia.

Una Italia unita con una azione audacissima, frutto della follia visionaria ma anche della forza ideale di poche centinaia di patrioti, i Mille, guidati da un personaggio già all’epoca leggendario, Garibaldi, ma dietro a cui c’erano le lezioni di democrazia di Mazzini, di Cattaneo, e l’acume politico di Cavour.

Un meridione conquistato trascinando intellettuali e popolo nell’entusiasmo di quello che appariva come un rinnovamento rivoluzionario, che tuttavia non avvenne.

Certo, il processo storico che noi oggi chiamiamo Risorgimento sotto la monarchia sabauda portò negli anni compresi tra il 1859 e il 1861 alla formazione dello Stato unitario italiano, processo completato in seguito con la liberazione del Veneto nel 1866 e dalla presa di Roma nel 1870, fino alla partecipazione alla terribile prima guerra mondiale, che possiamo considerare l’ultima delle campagne per l’indipendenza, dato che solo in seguito alla vittoria del 1918 Trento e Trieste, “terre irredente”, entrarono a far parte del Regno d’Italia.

Tuttavia nel primo Risorgimento non si realizzarono quegli ideali di democrazia e di sovranità popolare in cui credevano Garibaldi, Mazzini, Cattaneo e tanti altri patrioti.

Il Risorgimento non era stato realizzato in una sua parte fondamentale, quella della autodeterminazione del popolo teorizzata da quei Padri della patria: questa si ebbe dopo, abbattendo il regime fascista, con la lotta popolare di liberazione, voluta e guidata non più dalla monarchia sabauda ma da tutti i Partiti che, uniti insieme uniti nel nome dell’antifascismo e della democrazia, nel dopoguerra avrebbero conquistato la Costituzione repubblicana e rese possibili le prime vere libere elezioni a suffragio universale – incluse – per la prima volta – le donne.

Per questo motivo, per avere attuato il compimento delle premesse politiche nate nel primo Risorgimento, la Resistenza è stata definita il Secondo Risorgimento.

Una Resistenza – lo ricordiamo – attuata non solo attivamente in armi contro i nazifascisti ma anche passivamente da tutte quelle migliaia di nostri militari imprigionati che rifiutarono, in cambio della libertà, di aderire alla Repubblica di Salò.

Una Resistenza che aveva denominato le sue Brigate con i nomi di Garibaldi e di Mazzini.

E’ grazie alla Resistenza che ha potuto svilupparsi e prendere coscienza di sè l’idea di un nuovo Stato democratico e si è potuta scrivere la nostra  Costituzione.

Vale ancora una volta la pena di citare alcuni passi di Calamandrei:

“In questa nostra Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… Mazzini… Cavour…. Cattaneo… Garibaldi… Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani… Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione!”

Queste le parole di Calamandrei.

Ecco allora perché quando un rispettabile ma prima d’ora ignoto onorevole osa presentare in Parlamento – da solo o con pochi complici – un emendamento per modificare il Primo articolo della Costituzione, si sta assistendo ad un gesto ignobile.

Intaccare lo spirito della Costituzione, addirittura il primo articolo, pensandolo e modificandolo come se si trattasse di un manuale tecnico, a colpi di maggioranza come se si trattasse di un regolamento condominiale, è un atto oltraggioso che nulla ha a che fare con la democrazia.

Allo stesso modo pensare di eliminare l’articolo transitorio della Costituzione italiana che vieta la ricostruzione del partito fascista non è nell’Italia di oggi un atto di liberalità democratica ma piuttosto un vero e proprio tentativo di revisionismo storico, da giudicare pericoloso in quanto non atto finale di chiusura di un doloroso capitolo della storia nazionale ma orgoglioso atto di sfida alla riapertura di quel medesimo capitolo, con le medesime parole di allora.

Ma – anche se simbolicamente importanti – i veri problemi non sono questi: i problemi sono quelli che ancor oggi la nostra carta costituzionale ci addita come princìpi da realizzare, obbiettivi da raggiungere, conquiste da salvaguardare: diritto all’istruzione, diritto al lavoro, diritto alla casa, dovere di pagare tutti le tasse, dovere di rispettare le leggi, uguaglianza di tutti  cittadini (nessuno escluso) di fronte alla legge, dovere di punire i colpevoli e salvaguardare gli innocenti, assenza di discriminazioni di fede, di razza, di religione.

Principi da realizzare attraverso un raffinato e collaudato bilanciamento dei poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, voluto e concepito dai nostri Padri costituenti allo scopo di garantire la durata nel tempo di quella che possiamo definire una vera e propria macchina della democrazia.

Ricordandoci sempre che la responsabilità pubblica non è motivo di salvaguardia ma motivo di maggiore responsabilità e trasparenza.

E che l’istruzione, come affermava Carlo Cattaneo, “è la più valida difesa della libertà” perché il cittadino istruito – che oggi vuol dire informato – oltre che essere in grado di costruire il suo futuro diventerà egli stesso difensore della libertà.

Questa è per noi la Memoria.

E’ ricordarci chi siamo, da dove veniamo, cosa è costato in dolore e sangue avere le Leggi che il popolo italiano si è dato.

« La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo », affermava Giuseppe Mazzini.

Per questo diciamo e sempre continueremo a dire, come sempre abbiamo detto e fatto,
Viva la Resistenza! Viva l’Italia!

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