Voi immaginate un ragazzo di quell’epoca là, di 26-25 anni, che magari di notte sta lì sul campo e ha imparato quest’inno – perché trascinava, eh! trascinava, come tutte le cose dell’arte, della poesia, trascinano dove nessun’altra cosa trascina – e se lo canta da solo, se lo canta da solo pensando che non è che – diciamo così – che protegge la terra dei suoi padri, ma tutela la terra dei suoi figli.

Per noi l’ha fatto, e quasi sorridendo, sapendo che il giorno dopo può essere l’ultimo, che può veramente morire, quando dice “siam pronti alla morte” non lo dicono per dire, erano pronti veramente, ma hanno dato la morte perché noi vivessimo, senza queste… senza la morte, ecco.

Allora io vorrei fare immaginare un ragazzo che se lo canta, me lo sono immaginato per me, a volte l’ho pensato, o che uno a casa,  tornando a casa, eh! lo vorrei eseguire, io non sono un cantante, mi gioco tutto…

Di notte… uno che si è trovato da solo, un ragazzo giovane, proprio intriso di gioventù, immaginate proprio la gioventù di un ragazzo, eh! che ha appena imparato questa canzone, da solo, senza nessuno strumento, se la ripassa da sè, pensando al futuro, al futuro che siamo noi, e questa canzone lui l’avrebbe fatta così…

Annunci