Un recente libro-inchiesta pubblicato del giornalista dell’Espresso Gianluca Di Feo intitolato “Veleni di Stato” (Rizzoli 2009), sulla base di documenti tedeschi, inglesi, americani ha sollevato il tema della presenza invisibile ma reale sul territorio Italiano della preoccupante eredità dell’enorme arsenale chimico bellico creato dal regime fascista ed occultato dai tedeschi e di quello disperso dalle forze alleate durante l’ultima guerra.
La zona adriatica a cavallo della Linea Gotica è indicata come uno dei luoghi significativi in cui ciò è avvenuto, insieme alle coste pugliesi, al golfo di Napoli, al Lago Maggiore, alla Lombardia, al Lazio.
Nel capitolo “L’iprite davanti agli ombrelloni” Di Feo documenta l’esistenza ad Urbino di un importante deposito tedesco di ordigni chimici catturati agli italiani a seguito dell’armistizio, di cui il 19 dicembre 1943, su ordine diretto di Hitler, fu deciso il trasferimento, probabilmente in Germania.
Nell’estate del 1944, il 21 giugno, lo stesso Hitler impose tassativamente lo sgombero immediato del magazzino, che iniziò il 6 luglio. La complessa e pericolosa procedura prevedeva il trasporto degli ordigni chimici sino a Pesaro e Fano e di lì verso il nord: ma, con gli alleati alle porte – l’attacco alla Linea Gotica avverrà all’inizio di settembre – i continui incidenti già avvenuti durante gli spostamenti e le incursioni aeree avrebbero potuto avere conseguenze catastrofiche bloccando l’importantissimo asse ferroviario adriatico, per cui il Maggiore Meyer, comandante del Sonderkommando incaricato dell’operazione, scelse il male minore: gettare l’arsenale chimico nell’Adriatico.
Tre vagoni di testate chimiche, corrispondenti a 84 mila litri di arsenico, arrivarono a Pesaro e vennero svuotati di notte in mare. Stessa sorte seguirono 4.300 grandi bombe C500T contenenti iprite, il famoso gas tossico e vescicante, per un totale di 1.316 tonnellate, oltre un milione di litri, che entro il 10 agosto 1944 vennero caricate su barconi, e gettate al largo.
Pochi anni dopo la fine della guerra, in una interrogazione parlamentare del 20 novembre 1951 il Sottosegretario alla Marina mercantile Ferdinando Tambroni, rispondendo ad una interrogazione parlamentare dell’On. Enzo Capalozza (sindaco di Fano nel 1944, deputato poi senatore del PCI nel dopoguerra, giudice della Corte costituzionale) avente ad oggetto “Rastrellamento di bombe all’iprite nel tratto dell’Adriatico tra Ancona e Pesaro”, rispondeva in maniera dettagliata, riconoscendo l’esistenza di un pericolo ancora presente, citando “l’infortunio dei pescatori locali per contaminazione da aggressivo chimico”, riportando le coordinate geografiche della “zona in cui le bombe ad iprite sarebbero state affondate”: quattro punti geografici ubicati in mare, di fronte al porto di Cattolica, a Casteldimezzo ed a Fosso Sejore (tra Pesaro e Fano), a distanze variabili tra uno e tre miglia dalla riva, e due punti sulla terraferma – probabilmente un errore di trascrizione – nei Comuni di Cattolica e San Giovanni in Marignano.
L’inchiesta ufficiale del 1951 lasciava aperti molti interrogativi – non risultano infatti attuate successive campagne militari di indagini – ancora oggi privi di risposte esaurienti: molti ordigni sono stati rinvenuti nel dopoguerra, ma non sappiamo precisamente dove e quanti siano oggi gli involucri d’acciaio sepolti da fango e sabbia sui fondali, se possono essere recuperabili, se con il tempo potranno corrodersi rilasciando sostanze tossiche, ne’ sappiamo – ove ciò avvenisse – quali conseguenze potrebbero avere per l’ambiente, per la salute dei cittadini, per l’economia turistica.
Recentemente, nelle Marche, la lista civica LiberiXPesaro unitamente a Italia Dei Valori hanno sollecitato il Comune e la Provincia di Pesaro a richiedere chiarimenti in merito al Governo italiano. Tale richiesta è stata accolta e lo scorso 21 giugno è giunta la risposta del Ministero della Difesa, che affermava l’avvenuto recupero delle bombe e la bonifica delle aree marine colpite negli anni del dopoguerra, il non ritrovamento in epoca recente di ordigni bellici con caricamento all’iprite e la conseguente “dubbia utilità” di ulteriori monitoraggi dei fondali.
Per informare l’opinione pubblica nel mese di ottobre si è tenuta presso la Sala della provincia di Pesaro una pubblica conferenza con la partecipazione di Di Feo, di rappresentanze dell’Amministrazione comunale e provinciale, del Laboratorio Politico di Molfetta, dell’ARPA e di ricercatori dell’ambiente.
Tra Cattolica e Gabicce, invece, tutto ciò è passato quasi in silenzio, producendo solo l’intervento di qualche struzzo ansioso di querelare Di Feo per ‘allarmismo’ anche se non si sa bene su quale presupposto, ché non si può processare chi porta alla luce fatti e documenti del passato, specie se questi ci danno informazioni sul nostro presente e ci ammoniscono sulle possibili conseguenze per il futuro.
Per questo motivo l’ANPI di Cattolica ha intenzione di organizzare il prossimo anno un incontro pubblico sul tema con la partecipazione di Di Feo e dei marinai testimoni diretti di quegli eventi.

Maurizio Castelvetro (LA PIAZZA DELLA PROVINCIA, novembre 2010)

Fotografia aerea con indicazione dei sei punti in cui le bombe ad iprite sarebbero state affondate, secondo le coordinate fornite dall’Ufficio circondariale marittimo di Cattolica nel 1951.

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