Oscar era un amico di Mario. Separati dal fiume Savio che segnava la linea di confine tra due paesi, uno abitava a Castiglione di Cervia e l’altro a Castiglione di Ravenna. Insieme erano entrati nella Resistenza, insieme erano nella Brigata “Mario Gordini”, insieme erano il giorno che Solfrini venne ucciso.
Mario non amava scrivere memoriali, non aveva nessun tipo di nostalgia, a voce talvolta descriveva episodi della lotta partigiana, ma scrivere no, bisognava proprio che ci fosse un buon motivo e allora scrivere diventava un impegno e quasi un dovere.
Una di quelle volte è questa che riporto, come fu che morì Oscar, 19 anni, un fatto che ogni tanto tornava fuori nei suoi discorsi, l’impressione doveva essere stata grande. Aveva scritto questi appunti in margine ad una pagina di un libro che accennava proprio a quell’episodio, “Cervia ore 6”, pubblicato nel 1981 dalle Edizioni del Girasole, opera scritta a più mani da un gruppo di lavoro con il patrocinio del Comune e del Comitato Unitario Antifascista di Cervia.
Un suo testo scritto vari decenni dopo i fatti, breve, asciutto, fulminante, crudamente descrittivo eppure proprio per ciò impressionante, di una inusuale qualità letteraria che a me ricorda il Vittorini di “Uomini e no”. Lo riporto tale e quale, spazi ed a capo inclusi.

Era verso la fine dell’inverno del 1945, da parecchie settimane il fronte era fermo sul Reno e sul Senio, con le forze alleate da una parte ed i nazifascisti dall’altra. Ii partigiani, che sopportavano male la guerra di posizione, si spingevano a piccoli gruppi lungo l’argine del fiume in azioni di guerriglia…

Partiamo dalla Baladora io Solfrini e Ravaglia per ispezionare il territorio – terra di nessuno e effettuare un recupero di armi presso il passo Primaro.

Arriviamo alla casa – non ci sono tedeschi. Sospingo la porta – vedo un tavolo pieno di borracce tedesche – attenzione – forse ritornano. Suggerisco di non entrare per cercare armi.

Solfrini si ferma. Proseguiamo. Lungo il canale siamo avvistati dai tedeschi che, da oltre il Reno, ci spediscono granate da mortaio.

Zompiamo affrattandoci a tratti – giungiamo al passo del fiume. Un massacro di animali ancora attaccati al carretto – tedeschi morti – muri sventrati. Anche la cantina da cui affiorano bottiglie di S. Giovese sotto la sabbia. Una buona bevuta ci voleva – recuperiamo armi. La machine pistol mi servirà fino alla fine. Ritorniamo. S’ode un boato – attenzione questo è un obice.

In lontananza non scorgiamo la casa.

Ci avviciniamo. Alcuni ruderi. I partigiani della Baladora si aggirano cercando – Solfrini è entrato – le gavette erano minate – non è rimasto nulla. Della casa qualche muro perimetrale. Una buca un telo da tenda mimetica piccoli brandelli – capelli di Solfrini.

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