Testo del discorso commemorativo tenuto dal figlio Maurizio in occasione del Consiglio Comunale Straordinario del Comune di Cattolica tenuto il 13/9/2007.

Mario ha vissuto la sua giovinezza in un piccolo paesino che si chiama Castiglione di Ravenna.
E’ una zona della Romagna dalle solide tradizioni democratiche e dialettiche, simbolicamente indicate dalla presenza – in un paese ad economia agricola che oggi non raggiunge i 2.000 abitanti e che nel dopoguerra ne aveva ancora meno –  di due case del popolo dirimpettaie, una dei Repubblicani e l’altra dei Comunisti.
Queste erano nel suo paese le uniche strutture sociali esistenti – oltre alla chiesa – e ogni giovane anche solo per dover andare a prendere un caffè si trovava di fatto costretto ad operare una scelta politica.
La squadra di calcio ancora oggi si chiama “Ribelle Castiglione”, con diretto riferimento al “ribelle” della famosa canzone “Fischia il vento”.
Suo padre era repubblicano, quando essere repubblicani significava essere di sinistra e progressista.
Faccio questa premessa per far comprendere l’humus sociale, culturale e politico in cui si è formato.
Sappiamo tutti che mio padre era un personaggio pubblico.
Ma anche nel privato egli aveva due famiglie: quella costituita da sua moglie, i suoi figli, i suoi parenti, e l’altra, più allargata, costituita dal “Partito”.
Apparteneva ad una generazione educata ai miti del fascismo, poi costretta  a operare una scelta di campo decisiva dopo l’8 settembre 1943, formatasi nel mito stalinista del Partito comunista.
Una generazione popolata di figure autoritarie. 
Una generazione nata con la Rivoluzione d’Ottobre, appena successiva a quella dei comunisti che in Russia nel nome del supremo interesse del Partito era stata ingannata ed indotta a farsi eliminare politicamente e fisicamente.
Un Partito che era una Fede, un luogo mentale che forse era anche una Chiesa laica, al cui interno operare attivamente e pragmaticamente per quell’idea progressista di emancipazione dal bisogno e di giustizia sociale in cui ha sempre creduto e per cui egli ha sempre lottato.
Un luogo in cui comunque la discussione critica e la dialettica anche aspra era l’arma necessaria di ogni scelta e di ogni passaggio.
Il dialogo politico con lui era sempre acceso, la sua volitiva natura romagnola non poteva essere frenata.
Per lui il dialogo aveva un suo senso proprio che andava anche al di là del suo esito: il dialogo era uno strumento educativo in sè, che formava le coscienze solo per il fatto di essere praticato.
Durante ogni discussione con lui il suo l’interlocutore doveva dimostrare solo una cosa: di essere profondamente convinto di ciò che diceva, e di essere disposto ad agire conseguentemente
fino in fondo.
O stare zitto se aveva da imparare.
In questo modo non era importante “avere ragione” ma dimostrare a sè stessi ed agli altri di essere convinto della propria “ragione”, poggiarla su basi solide e saperla difendere fino in fondo.
Per questo rispettava e – a modo suo – voleva bene anche agli avversari, quando essi erano degni di questo nome.
Per questo ogni “scagnarata” con lui – in pubblico ed in famiglia – era normale che si risolvesse senza odii, e magari con una pacca sulla spalla.
Per questo non sopportava chi – non avendo idee – fingeva di dialogare senza dire nulla,
chi praticava invisibili strategie personali,
chi viveva la politica “alla giornata”, senza visioni più ampie e strategiche,
chi era animato solo da ottusi pregiudizi
o – peggio di tutti – chi gli impediva di esprimere la propria opinione.
Anche per questo era un sincero democratico.
Personalmente posso dire di aver visto attraverso lui fino all’ultimo suo giorno una visione positiva della politica, la visione di una politica con la P maiuscola.
Certo, non la Politica pura ed astratta dei libri e dei trattati, ma quella vissuta in prima linea tutti i giorni attraverso i complessi meccanismi della democrazia rappresentativa, con i suoi altissimi ideali e i suoi compromessi quotidiani, sempre però illuminata da una visione disinteressata e di ampio respiro, necessariamente strategica, “al servizio” del cittadino e delle sue mutevoli esigenze, mai dimentica delle basi da cui traeva autorità ed autorevolezza.
Voglio qui ricordare un episodio, piccolo ma significativo, che dimostra – se ve ne fosse bisogno – quanto gli fosse connaturato il pensiero politico.
Tra le tante attività collaterali che svolgeva, naturalmente in maniera disinteressata, una era l’amministratore del suo condominio.
Alcuni anni fa un giovane condomino, appena arrivato,  si scontrò con i modi bruschi di Mario, e, armato di alcune valide ragioni, ritenne opportuno chiedere una riunione che prevedeva all’ordine del giorno la rimozione e sostituzione dell’amministratore, raccogliendo varie adesioni.
Mio padre – stupito dell’improvvisa ostilità – applicò in quell’occasione una tale serie di articolate manovre tattiche che non posso che definire “politiche” le quali, a partire dalle sue annunciate dimissioni, terminarono con la unanime richiesta di riconferma come amministratore, anche da parte del nuovo giovane condomino.
Mario, alla fine della riunione, con un sorriso aperto gli tese la mano, chiedendo ed ottenendo la pubblica riappacificazione.
Questa era – secondo me – la quintessenza della politica, l’idea che la persona con cui ti scontri non è un avversario da demolire, è una persona con cui puoi sempre discutere ovvero conoscere
e che puoi sempre – per così dire – “rieducare”.
Ovviamente purchè esista lealtà tra le parti o, per meglio dire, buonafede.
Certamente anche a causa della sua professione di insegnante, la sua è sempre stata una idea costruttiva, mai distruttiva.
In questo senso ha sempre voluto agire “a favore” e non mai “contro”.
Quando per qualche motivo per lui inevitabile si trovava a dover agire a disfavore di qualcosa, immediatamente ne cercava la contropartita positiva, utile, vitale, che permettesse non di accumulare solo rovine su cui piantare la propria bandiera ma di aggiungere un ennesimo mattone per la costruzione di quella società di giustizia ed uguaglianza cui ha sempre teso.
E’ stato chiesto, da lui stesso e da altri: chi sarà in grado di sostituire la sua figura?
La risposta è una sola: da nessuno.
Io non credo che la sua personale figura sia sostituibile da nessuno per un semplice motivo: ha vissuto dall’interno – dalla parte dei protagonisti – il dramma di un periodo terribile della storia, di cui noi oggi possiamo solo raccogliere e osservare le testimonianze.

Nessuno può riviverlo e – soprattutto – nessuno deve più trovarsi in condizioni di riviverlo.

Perchè ciò avvenga occorre avere ben presente – sempre – che le condizioni in cui tali terribili eventi si sono formate possono ricrearsi, seppure in altra forma, se manca la conoscenza, la consapevolezza e memoria della nostra storia di Italiani e di Europei.
Per esprimere il suo concetto di Memoria – quello in nome del quale aveva in questi ultimi decenni intrapreso come vicepresidente dell’ANPI provinciale numerosi impegni tra lezioni alle scolaresche, viaggi in luoghi di eccidi e come delegato ai Convegni nazionali – vale quello che è ancor oggi scritto sul monumento ai Caduti di Cattolica, quel monumento che lui si è sempre crucciato di vedere privato della sua centralità civica: L’ITALIANO PER BEN VIVERE DEVE BENE RICORDARE.
Citando un famoso testo di Brecht, da lui ricopiato e diffuso in una delle sue numerose operazioni di volantinaggio scolastico:

E VOI, IMPARATE CHE OCCORRE
VEDERE E NON GUARDARE IN ARIA
OCCORRE AGIRE O NON PARLARE.
QUESTO MOSTRO STAVA, UNA VOLTA,
PER GOVERNARE IL MONDO!
I POPOLI LO SPENSERO;
MA ORA NON CANTIAMO VITTORIA
TROPPO PRESTO:
IL GREMBO IN CUI NACQUE E’
ANCOR FECONDO.

Il nucleo centrale di tale metodo di recupero e sostegno della memoria storica è rappresentata
– dal ricordo della politica e sopratutto della ideologia che ha portato alla guerra,
– dal ricordo degli orrori della guerra,
– dalla presa di coscienza popolare,
– dalla lotta di liberazione dalla barbarie nazista e fascista,
– dalla nascita delle Istituzioni democratiche,
– dalla applicazione dei princìpii universali nati da quella lotta.
Questo il senso della sua missione di educatore degli ultimi anni.
Questo il senso della trasmissione di un testimone e non solo di testimonianza che aveva in mente.
Per questo il suo obbiettivo erano i ragazzi delle scuole, ma anche e soprattutto gli insegnanti.
Tutto il resto era pura nostalgia e quindi inutile agli altri e quindi poco interessante, salvo quando incontrava i suoi primi compagni di lotta partigiana, che spesso erano anche suoi compagni d’infanzia.
Sapeva che il periodo della lotta armata era terminato, che i partigiani – come i garibaldini nell’800 – non potevano che scomparire per esaurimento naturale, ed ha sempre operato perché l’ANPI non fosse semplicemente una associazione di reduci, ma una associazione viva, aperta ai giovani (ovviamente non partigiani per motivi anagrafici), e quindi capace di evolversi e continuare a svolgere una azione viva ed educativa nella società.
Non penso di tradire il suo pensiero se affermo che gli era ben chiaro che la nuova guerra da combattere non era più contro il nazifascismo ma contro il pericoloso oblio della sua memoria, o meglio delle mutevoli forme in cui esso poteva rigenerarsi: una guerra non più sua ma di tutti, una GUERRA IDEALE per una PACE REALE.
Combattuta sempre e solo nell’arena democratica, mai più nelle strade, nelle campagne, nelle montagne.
Questo era il suo compito, che ha svolto fin che ha potuto e che aveva già in programma di svolgere per il futuro.
Purtroppo così non è stato.
L’ultima battaglia che ha provato a combattere è stata la sua personale, ed anche lì – sul letto della sala di rianimazione – ce l’ha messa tutta.
Voglio ringraziare a nome della mia famiglia e dei miei parenti la città intera per l’affetto e la riconoscenza dimostrata, il Sindaco, la Giunta ed il Consiglio Comunale come Istituzione e come persone, i rappresentanti di tutti gli Enti democratici, i Partiti ed ai movimenti politici che hanno espresso le loro condoglianze, l’A.N.P.I. nazionale, regionale, provinciale e comunale, gli educatori che hanno con lui collaborato, gli amici tutti.
Credo di interpretare il suo pensiero se dico che la centralità della sua memoria pubblica – del suo ricordo – non debba essere rivolta alla sua persona, in una ottica personalistica da lui sempre aborrita, ma attorno al costante e non rituale riconoscimento dei momenti educativi ed istituzionali che indichino le radici ed i valori su cui si regge la nostra bellissima Costituzione, che lui ha contribuito a far nascere.
Non il ricordo della sua memoria, ma il sostegno non retorico delle idee per cui ha combattuto, che poi sono le idee di tanti di noi: questo per lui sarebbe un bellissimo riconoscimento, nella speranza che vengano attuati quegli ideali ben rappresentati dal senso originale delle parole – che erano anche la denominazione di alcuni reparti partigiani – Giustizia e Libertà.
Grazie Mario e grazie a voi.

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