Wikipedia è uno degli strumenti nuovissimi di conoscenza che la rivoluzione digitale di Internet ci ha messo a disposizione in questi anni: una enciclopedia effettivamente democratica, in cui ognuno può inserire voci e dati ma anche correggere quelli inseriti da altri, ed in cui, come in tutte le democrazie, vigono regole che hanno la funzione di garantire la qualità e la praticabilità del confronto, alla ricerca di quello che viene definito NPOV (Neutral Point Of View).
Questo strumento, pur con tutti i prevedibili limiti di attendibilità, nel tempo ha acquisito un buon equilibrio qualitativo e una notevole credibilità, diventando nel bene e nel male un ineludibile fonte di informazione: specialmente in ambito scolastico, Wikipedia è diventata LA enciclopedia.
Dunque, un potente ed influente mezzo di informazione.

Apprezzando questi aspetti, ho deciso da alcuni anni - per interesse e curiosità – di intervenire su Wikipedia, inserendo voci su eventi e personaggi della Resitenza (e non), intervenendo nei dibattiti e nelle Discussioni, correggendo capziose distorsioni dei fatti e della storia.
Ebbene, recentemente ho inserito una voce su un partigiano romagnolo, credo ignoto ai più, Arnaldo Evangelisti, medaglia d’argento al V.M.: tuttavia, qualche amministratore wikipediano ha ritenuto che la nuova voce non soddisfacesse i requisiti di “enciclopedicità” necessari per poter essere inclusi in Wikipedia, e così la voce è stata sottoposta a una valutazione/votazione da parte di alcuni volontari navigati utenti wikipediani finchè, dopo un acceso dibattito, la maggioranza ha deciso per la cancellazione della nuova voce.
Ebbene, non entro qui nel merito di tale scelta (per me ovviamente sbagliata), rispetto la decisione della maggioranza (che non ha sempre ragione), anche se critico fortemente l’idea di restringere i criteri di enciclopedicità  rispetto a personaggi come Evangelisti che nella loro breve esistenza hanno ottenuto importanti riconoscimenti (alla memoria), allargandoli viceversa verso personaggi dell’attualità televisiva e della cronaca spicciola, per cui ho ritenuto opportuno pubblicare qui, in uno spazio privato-ma-pubblico, la voce cancellata, così come essa era stata da me redatta, affidando ai motori di ricerca la sua rintracciabilità nella rete.

Questo è il mio personale riconoscimento e dovuto ringraziamento a Arnaldo Evangelisti, valoroso partigiano non enciclopedico.

Arnaldo Evangelisti (Cervia6 gennaio 1922 – Monte Falterona16 aprile 1944) è stato un partigiano.

Di professione meccanico, sposato, abitante a Cervia.
Il 12 settembre 1943 entrò a far parte della Resistenza, partecipando con Arrigo Boldrini e Giovanni Fusconi alla prima azione armata partigiana nell’area ravennate, la beffa del Savio, in cui un piccolo gruppo di partigiani travestiti da militari italiani riuscì a trafugare un ingente quantitativo di armi.
Il 28 febbraio 1944 raggiunse la Brigata Garibaldi Romagnola operante nell’Appennino forlivese, diventando vicecomandante e successivamente comandante della Compagnia armi pesanti.
Nell’aprile 1944, nel corso di quello che è noto come “grande rastrellamento d’aprile”, l’attacco da parte di truppe nazifasciste che portò al temporaneo disfacimento della formazione – in quel mese ridenominata “Gruppo Brigate Romagna” – durante il tentativo di sganciamento i partigiani corsero il rischio di essere accerchiati presso il Monte Falterona. Alla testa di un gruppo ben armato Evangelisti tentò allora di bloccare l’avanzata nemica presso il Passo La Calla, proteggendo il passaggio dei partigiani, resistendo fino all’ultimo prima di essere sopraffatto. Nello stesso giorno in quella zona cadde un altro suo concittadino, Virginio Zoffoli, commissario politico della stessa Compagnia.
Così viene raccontato l’episodio da Guido Nizzoli nel suo libro “Quelli di Bulow“:

« Per molte ore Evangelisti aveva personalmente manovrato una delle sue mitragliatrici con la speranza di aprire una breccia nel cerchio di fuoco che stringeva la brigata. Martellato a colpi di mortaio dagli attaccanti, a cui era riuscito ad infliggere gravissime perdite, vide cadere uno dopo l’altro tutti i serventi della sua postazione. Quando anche la sua mitragliatrice venne centrata dal tiro avversario, benché ferito, continuò a tenere testa alla marea degli attaccanti con precise raffiche di parabellum, per consentire ai compagni superstiti di sganciarsi, finché non fu dilaniato, sommerso da quell’onda rabbiosa che montava da ogni argine.»[1]

A seguito di questa azione è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare.
A suo nome è stata intitolata una via nella sua città natale, Cervia.

Onorificenze

MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE
«
Comandante di una compagnia partigiana, guidando i suoi uomini in una travolgente azione, riusciva a rompere l’accerchiamento in cui numerose forze nazifasciste avevano stretta una intera brigata partigiana. Occupato di sbalzo alcune posizioni dominanti sosteneva con strenuo valore gli attacchi nemici e durante l’aspra lotta, caduti i serventi delle armi automatiche, li sostituiva coraggiosamente sparando fino all’ultima cartuccia. Colpito mortalmente cadeva da eroe sull’arma, immolando alla Patria la sua giovinezza.»
— M. Falterona, 16 aprile 1944 [2]

Note

[1] G. Nizzoli, Quelli di Bulow, Editori Riuniti, 1957, p.107.
[2] AA.VV., Cervia ore 6. Lotte popolari e antifasciste (1890-1945), Edizioni del Girasole, Ravenna, 1981.

Bibliografia

  • Guido NozzoliQuelli di Bulow. Cronache della 28ª Brigata Garibaldi, Editori Riuniti, 1957 (terza edizione: 2005).
  • Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, La Pietra, Milano, 1968, voce “Arnaldo Evangelisti”, p.248.
  • Luciano Casali, Zona 6. La Resistenza a Cervia e nelle Ville Unite, Comitato permanente antifascista, Cervia, 1971.
  • AA.VV., Cervia ore 6. Lotte popolari e antifasciste (1890-1945), Edizioni del Girasole, Ravenna, 1981.
  • Dino Mengozzi, L’8.a Brigata Garibaldi nella Resistenza, La Pietra, Milano, 1981.

Voci correlate

8ª Brigata Garibaldi Romagna

Collegamenti esterni

LA REPUBBLICA del 05 aprile 2011

 

(…) Quest’anno la ricorrenza annuale della Liberazione dall’invasione tedesca e dal regime fascista cade durante il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Un anniversario fortemente sostenuto dal nostro Presidente Napolitano – un anniversario che, nell’Italia di oggi, non appare rituale, ma  piuttosto un rinnovato richiamo ai valori condivisi che ci rendono, appunto, fratelli d’Italia.

Siamo qui dunque a celebrare la memoria di fatti lontani, o addirittura lontanissimi per i giovani nati attorno al cambio di secolo, il XXI secolo.

Eppure, questa memoria appare ancora capace di suscitare emozioni, passioni, entusiasmi, indignazioni, polemiche.

Una memoria di drammatica attualità se ancora oggi sono notizie di attualità, in occasione di questa giornata – ma anche prima -, alcune azioni di propaganda a sostegno del fascismo mussoliniano, tentativi di revisionismo travestiti da neutralità, attacchi ai principi fondanti della nostra Costituzione, mentre si ascoltano voci scettiche se non ostili all’importanza di celebrare le ricorrenze che oggi celebriamo.

Esiste purtroppo una memoria breve, non consolidata, continuamente aperta ad una lettura revisionista, distorta e non condivisa della storia.

Noi crediamo invece di avere una memoria profonda, una memoria che parte da quei patrioti che, nel 19° secolo (il 1800), lottarono per creare una nuova nazione, unitaria, democratica, aperta al mondo: quella nazione che oggi chiamiamo Italia.

Una Italia unita con una azione audacissima, frutto della follia visionaria ma anche della forza ideale di poche centinaia di patrioti, i Mille, guidati da un personaggio già all’epoca leggendario, Garibaldi, ma dietro a cui c’erano le lezioni di democrazia di Mazzini, di Cattaneo, e l’acume politico di Cavour.

Un meridione conquistato trascinando intellettuali e popolo nell’entusiasmo di quello che appariva come un rinnovamento rivoluzionario, che tuttavia non avvenne.

Certo, il processo storico che noi oggi chiamiamo Risorgimento sotto la monarchia sabauda portò negli anni compresi tra il 1859 e il 1861 alla formazione dello Stato unitario italiano, processo completato in seguito con la liberazione del Veneto nel 1866 e dalla presa di Roma nel 1870, fino alla partecipazione alla terribile prima guerra mondiale, che possiamo considerare l’ultima delle campagne per l’indipendenza, dato che solo in seguito alla vittoria del 1918 Trento e Trieste, “terre irredente”, entrarono a far parte del Regno d’Italia.

Tuttavia nel primo Risorgimento non si realizzarono quegli ideali di democrazia e di sovranità popolare in cui credevano Garibaldi, Mazzini, Cattaneo e tanti altri patrioti.

Il Risorgimento non era stato realizzato in una sua parte fondamentale, quella della autodeterminazione del popolo teorizzata da quei Padri della patria: questa si ebbe dopo, abbattendo il regime fascista, con la lotta popolare di liberazione, voluta e guidata non più dalla monarchia sabauda ma da tutti i Partiti che, uniti insieme uniti nel nome dell’antifascismo e della democrazia, nel dopoguerra avrebbero conquistato la Costituzione repubblicana e rese possibili le prime vere libere elezioni a suffragio universale – incluse – per la prima volta – le donne.

Per questo motivo, per avere attuato il compimento delle premesse politiche nate nel primo Risorgimento, la Resistenza è stata definita il Secondo Risorgimento.

Una Resistenza – lo ricordiamo – attuata non solo attivamente in armi contro i nazifascisti ma anche passivamente da tutte quelle migliaia di nostri militari imprigionati che rifiutarono, in cambio della libertà, di aderire alla Repubblica di Salò.

Una Resistenza che aveva denominato le sue Brigate con i nomi di Garibaldi e di Mazzini.

E’ grazie alla Resistenza che ha potuto svilupparsi e prendere coscienza di sè l’idea di un nuovo Stato democratico e si è potuta scrivere la nostra  Costituzione.

Vale ancora una volta la pena di citare alcuni passi di Calamandrei:

“In questa nostra Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… Mazzini… Cavour…. Cattaneo… Garibaldi… Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani… Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione!”

Queste le parole di Calamandrei.

Ecco allora perché quando un rispettabile ma prima d’ora ignoto onorevole osa presentare in Parlamento – da solo o con pochi complici – un emendamento per modificare il Primo articolo della Costituzione, si sta assistendo ad un gesto ignobile.

Intaccare lo spirito della Costituzione, addirittura il primo articolo, pensandolo e modificandolo come se si trattasse di un manuale tecnico, a colpi di maggioranza come se si trattasse di un regolamento condominiale, è un atto oltraggioso che nulla ha a che fare con la democrazia.

Allo stesso modo pensare di eliminare l’articolo transitorio della Costituzione italiana che vieta la ricostruzione del partito fascista non è nell’Italia di oggi un atto di liberalità democratica ma piuttosto un vero e proprio tentativo di revisionismo storico, da giudicare pericoloso in quanto non atto finale di chiusura di un doloroso capitolo della storia nazionale ma orgoglioso atto di sfida alla riapertura di quel medesimo capitolo, con le medesime parole di allora.

Ma – anche se simbolicamente importanti – i veri problemi non sono questi: i problemi sono quelli che ancor oggi la nostra carta costituzionale ci addita come princìpi da realizzare, obbiettivi da raggiungere, conquiste da salvaguardare: diritto all’istruzione, diritto al lavoro, diritto alla casa, dovere di pagare tutti le tasse, dovere di rispettare le leggi, uguaglianza di tutti  cittadini (nessuno escluso) di fronte alla legge, dovere di punire i colpevoli e salvaguardare gli innocenti, assenza di discriminazioni di fede, di razza, di religione.

Principi da realizzare attraverso un raffinato e collaudato bilanciamento dei poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, voluto e concepito dai nostri Padri costituenti allo scopo di garantire la durata nel tempo di quella che possiamo definire una vera e propria macchina della democrazia.

Ricordandoci sempre che la responsabilità pubblica non è motivo di salvaguardia ma motivo di maggiore responsabilità e trasparenza.

E che l’istruzione, come affermava Carlo Cattaneo, “è la più valida difesa della libertà” perché il cittadino istruito – che oggi vuol dire informato – oltre che essere in grado di costruire il suo futuro diventerà egli stesso difensore della libertà.

Questa è per noi la Memoria.

E’ ricordarci chi siamo, da dove veniamo, cosa è costato in dolore e sangue avere le Leggi che il popolo italiano si è dato.

« La patria è la casa dell’uomo, non dello schiavo », affermava Giuseppe Mazzini.

Per questo diciamo e sempre continueremo a dire, come sempre abbiamo detto e fatto,
Viva la Resistenza! Viva l’Italia!

Ieri ai funerali di Vilmo Piccioni, partigiano della 29ª Brigata Garibaldi, il tempo era grigio, pioveva.
Le bandiere erano appena mosse dal vento freddo.
Solo quando, durante l’orazione funebre, Silvio ha ricordato i suoi anni nella Resistenza, proprio quando ha detto “il 1943 e il 1944″, un unico improvviso refolo di vento ha sollevato la bandiera dell’ANPI.
Improvvisamente ha sventolato con forza, e per una attimo ha sfiorato la bara.

Voi immaginate un ragazzo di quell’epoca là, di 26-25 anni, che magari di notte sta lì sul campo e ha imparato quest’inno – perché trascinava, eh! trascinava, come tutte le cose dell’arte, della poesia, trascinano dove nessun’altra cosa trascina – e se lo canta da solo, se lo canta da solo pensando che non è che – diciamo così – che protegge la terra dei suoi padri, ma tutela la terra dei suoi figli.

Per noi l’ha fatto, e quasi sorridendo, sapendo che il giorno dopo può essere l’ultimo, che può veramente morire, quando dice “siam pronti alla morte” non lo dicono per dire, erano pronti veramente, ma hanno dato la morte perché noi vivessimo, senza queste… senza la morte, ecco.

Allora io vorrei fare immaginare un ragazzo che se lo canta, me lo sono immaginato per me, a volte l’ho pensato, o che uno a casa,  tornando a casa, eh! lo vorrei eseguire, io non sono un cantante, mi gioco tutto…

Di notte… uno che si è trovato da solo, un ragazzo giovane, proprio intriso di gioventù, immaginate proprio la gioventù di un ragazzo, eh! che ha appena imparato questa canzone, da solo, senza nessuno strumento, se la ripassa da sè, pensando al futuro, al futuro che siamo noi, e questa canzone lui l’avrebbe fatta così…

Solo l’istruzione in ogni guisa sollecitata e promossa potrà addurre un rimedio alla paralisi delle intelligenze e della volontà, onde veggiamo colpite le nostre popolazioni, e che lascia aperta la via allo Stato d’impadronirsi delle forze del paese, di cui diviene solo e assoluto amministratore.

Quanta più luce si diffonde in un paese, tanto più lo Stato si ricongiunge alla nazione, da cui in tempi di barbarie e di servaggio staccossi violentemente, e cessa di soverchiare coll’inesorabile assolutismo della spada; laonde è manifesto che l’istruzione è la più valida difesa della libertà.

M. Boneschi (a cura di), Carlo Cattaneo. Scritti politici, III, Le Monnier, Firenze, 1964-65, p. 132.

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità.

E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri, Della tirannide, 1790

Lentamente entriamo in un dramma,
inspiegabile ed inumano.
Nessuna retorica, solo ricerca della verità.
Onesto e per questo sconvolgente.
Emozionante. Denso. Imperdibile.

Il 21 ottobre 2009 si è spento Vittorio Vitali.
Nato nel 1926, di origine marchigiana, non ancora maggiorenne entrava a far parte della 5ª Brigata GAP Garibaldi “Pesaro, da oltre 20 anni ricopriva l’incarico di presidente dell’ANPI, prima nel Comitato comunale di Rimini e poi in quello provinciale..
Al suo funerale Daniele Susini, giovane segretario provinciale dell’ANPI, leggeva commosso questa dedica a nome di tutti “i tuoi ragazzi”.

Un discorso breve e semplice, come avrebbe voluto Vittorio, perché come ci ripeteva sempre “sennò la gente si annoia”.

Non è facile esprimere i nostri sentimenti ed essere qui oggi per questa triste occasione, ma vogliamo esserci ed è doveroso anche solo minimamente sdebitarci con chi ci ha dato tanto, perché Vittorio è colui che ha voluto che l’ANPI a Rimini avesse nuove gambe.
Io per primo e tutti i giovani antifascisti presenti a questo funerale dobbiamo la nostra presenza all’interno dell’ANPI a Vittorio Vitali, è stato lui prima di tanti altri anche a livello nazionale a comprendere che l’ANPI non poteva finire con la morte dei Partigiani per questo si è prodigato ad aprirci la strada all’interno dell’associazione, ci ha dato la guida, ci ha dato il sostegno e l’entusiasmo per impegnarci nell’ANPI.

Per noi antifascisti quando muore un nostro partigiano e come se morisse un padre o un nonno perché queste persone hanno in loro dei valori ed un altezza morale che ci ha fanno sentire accolti come in una grande famiglia.
Le persone come Vittorio provengono da un altro tempo, un tempo diverso da quello di oggi, fatto di lotte e di valori, tante volte me lo ricordava che lui aveva attraversato tutto il secolo scorso, lo diceva con orgoglio davanti ai ragazzi delle scuole, impegno che considerava centrale non solo per l’ANPI ma soprattutto per sè stesso.

Per questo vogliamo raccogliere fin da subito l’eredità del nostro caro Vittorio, questo è quello che avrebbe voluto, che non ci perdessimo d’animo e continuassimo a combattere la sua lotta, ovvero far prevalere quei principi che l’hanno formato durante la guerra di Liberazione e che fino ad oggi l’hanno spronato ad andare avanti.

Esprimiamo tutta la nostro dolore alla famiglia a cui ci sentiamo molto vicini, li ringraziamo per la disponibilità che hanno avuto nei confronti dell’ANPI e gli diciamo che per noi Vittorio nel suo esempio sarà sempre vivo.

COSTITUZIONE ITALIANA

DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI
27 dicembre 1947

XII. E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

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Legge  n. 645 del 20/6/1952 (“Legge Scelba”)
NORME DI ATTUAZIONE DELLA XII DISPOSIZIONE TRANSITORIA E FINALE (COMMA PRIMO ) DELLA COSTITUZIONE

1. Riorganizzazione del disciolto partito fascista Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.

2. Sanzioni penali Chiunque promuove, organizza o dirige le associazioni, i movimenti o i gruppi indicati nell’articolo 1, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni e con la multa da 2.000.000 a 20.000.000 di lire (3/a) (4). Chiunque partecipa a tali associazioni, movimenti o gruppi è punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 1.000.000 a 10.000.000 di lire (1) (2). Se l’associazione, il movimento o il gruppo assume in tutto o in parte il carattere di organizzazione armata o paramilitare, ovvero fa uso della violenza, le pene indicate nei commi precedenti sono raddoppiate (2). L’organizzazione si considera armata se i promotori e i partecipanti hanno comunque la disponibilità di armi o esplosivi ovunque custoditi (2). Fermo il disposto dell’art.29, comma primo, del codice penale, la condanna dei promotori, degli organizzatori o dei dirigenti importa in ogni caso la privazione dei diritti e degli uffici indicati nell’art.28, comma secondo, numeri 1 e 2, del codice penale per un periodo di cinque anni. La condanna dei partecipanti importa per lo stesso periodo di cinque anni la privazione dei diritti previsti dall’art.28, comma secondo, n. 1, del codice penale. (1) La misura della multa è stata così elevata dall’art.113, quarto comma, L. 24 novembre 1981, n. 689, la sanzione è esclusa dalla depenalizzazione in virtù dell’art.32, secondo comma, della legge sopracitata. (2) Gli attuali commi dal primo al quarto così sostituiscono gli originari primi tre commi per effetto dell’art.8, L. 22 maggio 1975, n. 152.

3. Scioglimento e confisca dei beni Qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministro per l’interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo (3). Nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art.1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge ai sensi del secondo comma dell’art.77 della Costituzione. (3) Comma così sostituito dall’art.9, L. 22 maggio 1975, n. 152.

4. Apologia del fascismo Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell’articolo 1 è punto con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000 (1). Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni (4). La pena è della reclusione da due a cinque anni e della multa da 1.000.000 a 4.000.000 di lire se alcuno dei fatti previsti nei commi precedenti è commesso con il mezzo della stampa (1). La condanna comporta la privazione dei diritti previsti nell’articolo 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del c.p., per un periodo di cinque anni (5). (1) La misura della multa è stata così elevata dall’art.113, quarto comma, L. 24 novembre 1981, n. 689. La sanzione è esclusa dalla depenalizzazione in virtù dell’art.32, secondo comma, della legge sopracitata. (4) Comma così sostituito dall’art.4, D.L. 26 aprile 1993, n. 122. (5) Così sostituito dall’art.10, L. 22 maggio 1975, n. 152.

5. Manifestazioni fasciste Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da 400.000 a 1.000.000 di lire (1). Il giudice, nel pronunciare la condanna, può disporre la privazione dei diritti previsti nell’articolo 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del codice penale per un periodo di cinque anni (6). (1) La misura della multa è stata così elevata dall’art.113, quarto comma, L. 24 novembre 1981, n. 689. La sanzione è esclusa dalla depenalizzazione in virtù dell’art.32, secondo comma, della legge sopracitata. (6) Così sostituito dall’art.11, L. 22 maggio 1975, n. 152. 5-bis. – Per i reati previsti dall’articolo 2 della presente legge è obbligatoria l’emissione del mandato di cattura (7). (7) Articolo aggiunto dall’art.12, L. 22 maggio 1975, n. 152.

6. Aggravamento di pene Le pene sono aumentate quando i colpevoli abbiano ricoperto una delle cariche indicate dall’art.1 della legge 23 dicembre 1947, n. 1453 (8), o risultino condannati per collaborazionismo ancorché amnistiati. Le pene sono altresì aumentate per coloro che abbiano comunque finanziato, per i fatti preveduti come reati negli articoli precedenti, l’associazione, il movimento, il gruppo o la stampa (9). (8) Recante norme sulla limitazione temporanea del diritto di voto ai capi responsabili del regime fascista. (9) Comma così sostituito dall’art.13, L. 22 maggio 1975, n. 152.

7. Competenza e procedimenti La cognizione dei delitti preveduti dalla presente legge appartiene al tribunale. Per i delitti stessi si procede sempre con istruzione sommaria, salvo che ricorrano le condizioni per procedere a giudizio direttissimo ai sensi dell’art.502 del codice di procedura penale. In questo caso il termine di cinque giorni indicato nello stesso articolo è elevato a quindici giorni.

8. Provvedimenti cautelari in materia di stampa Anche prima dell’inizio dell’azione penale, l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro dei giornali, delle pubblicazioni o degli stampati nella ipotesi del delitto preveduto dall’art.4 della presente legge. Nel caso previsto dal precedente comma, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro dei giornali e delle altre pubblicazioni periodiche può essere eseguito dagli ufficiali di polizia giudiziaria, che debbono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, farne denuncia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro si intende revocato e privo di ogni effetto. Nella sentenza di condanna il giudice dispone la cessazione dell’efficacia della registrazione, stabilita dall’art.5, L. 8 febbraio 1948, n. 47, per un periodo da tre mesi a un anno e, in caso di recidiva, da sei mesi a tre anni.

9. Pubblicazioni sull’attività antidemocratica del fascismo La Presidenza del Consiglio bandisce concorsi per la compilazione di cronache dell’azione fascista, sui temi e secondo le norme stabilite da una Commissione di dieci membri, nominati dai Presidenti delle due Camere, presieduta dal Ministro per la pubblica istruzione, allo scopo di far conoscere in forma obiettiva ai cittadini e particolarmente ai giovani delle scuole, per i quali dovranno compilarsi apposite pubblicazioni da adottare per l’insegnamento, l’attività antidemocratica del fascismo. La spesa per i premi dei concorsi, per la stampa e la diffusione è a carico dei capitoli degli stati di previsione della spesa per acquisto e stampa di pubblicazioni della Presidenza del Consiglio e del Ministero della Pubblica istruzione.

10. Norme di coordinamento e finali Le disposizioni della presente legge si applicano senza pregiudizio delle maggiori pene previste dal codice penale. Sono abrogate le disposizioni della L. 3 dicembre 1947, n. 1546, concernenti la repressione dell’attività fascista, in quanto incompatibili con la presente legge. La presente legge e le norme della L. 3 dicembre 1947, n. 1546, non abrogate, cesseranno di aver vigore appena che saranno state rivedute le disposizioni relative alla stessa materia del Codice penale.

Per ulteriori approfondimenti si veda qui.
Sia ben chiaro, comunque, che al di là di ogni giudizio “legale” vale la condanna politica e morale sul fascismo che la Storia ci ha dolorosamente consegnato, e insegnato, quale che sia la forma in cui esso si mostri: vestito con la camicia nera o di un altro colore, con il fez o con la cravatta, lupo che si spaccia per pecora, violento o imbonitore.

Oscar era un amico di Mario. Separati dal fiume Savio che segnava la linea di confine tra due paesi, uno abitava a Castiglione di Cervia e l’altro a Castiglione di Ravenna. Insieme erano entrati nella Resistenza, insieme erano nella Brigata “Mario Gordini”, insieme erano il giorno che Solfrini venne ucciso.
Mario non amava scrivere memoriali, non aveva nessun tipo di nostalgia, a voce talvolta descriveva episodi della lotta partigiana, ma scrivere no, bisognava proprio che ci fosse un buon motivo e allora scrivere diventava un impegno e quasi un dovere.
Una di quelle volte è questa che riporto, come fu che morì Oscar, 19 anni, un fatto che ogni tanto tornava fuori nei suoi discorsi, l’impressione doveva essere stata grande. Aveva scritto questi appunti in margine ad una pagina di un libro che accennava proprio a quell’episodio, “Cervia ore 6″, pubblicato nel 1981 dalle Edizioni del Girasole, opera scritta a più mani da un gruppo di lavoro con il patrocinio del Comune e del Comitato Unitario Antifascista di Cervia.
Un suo testo scritto vari decenni dopo i fatti, breve, asciutto, fulminante, crudamente descrittivo eppure proprio per ciò impressionante, di una inusuale qualità letteraria che a me ricorda il Vittorini di “Uomini e no”. Lo riporto tale e quale, spazi ed a capo inclusi.

Era verso la fine dell’inverno del 1945, da parecchie settimane il fronte era fermo sul Reno e sul Senio, con le forze alleate da una parte ed i nazifascisti dall’altra. Ii partigiani, che sopportavano male la guerra di posizione, si spingevano a piccoli gruppi lungo l’argine del fiume in azioni di guerriglia…

Partiamo dalla Baladora io Solfrini e Ravaglia per ispezionare il territorio – terra di nessuno e effettuare un recupero di armi presso il passo Primaro.

Arriviamo alla casa – non ci sono tedeschi. Sospingo la porta – vedo un tavolo pieno di borracce tedesche – attenzione – forse ritornano. Suggerisco di non entrare per cercare armi.

Solfrini si ferma. Proseguiamo. Lungo il canale siamo avvistati dai tedeschi che, da oltre il Reno, ci spediscono granate da mortaio.

Zompiamo affrattandoci a tratti – giungiamo al passo del fiume. Un massacro di animali ancora attaccati al carretto – tedeschi morti – muri sventrati. Anche la cantina da cui affiorano bottiglie di S. Giovese sotto la sabbia. Una buona bevuta ci voleva – recuperiamo armi. La machine pistol mi servirà fino alla fine. Ritorniamo. S’ode un boato – attenzione questo è un obice.

In lontananza non scorgiamo la casa.

Ci avviciniamo. Alcuni ruderi. I partigiani della Baladora si aggirano cercando – Solfrini è entrato – le gavette erano minate – non è rimasto nulla. Della casa qualche muro perimetrale. Una buca un telo da tenda mimetica piccoli brandelli – capelli di Solfrini.

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Vitali, Bentivegna e Raschi

Vitali, Bentivegna e Raschi

L’ANPI di Rimini in occasione della Festa del tesseramento ha organizzato un incontro intitolato “ANPI e/è giovani” con Rosario Bentivegna - noto ai più per essere stato il comandante del GAP che effettuò l’attacco di Via Rasella a Roma – presieduto dal presidente Vittorio Vitali.
Dopo l’intervento della “pasionaria” vicepresidente Elisabetta Raschi, Bentivegna ha raccontato al pubblico le motivazioni profonde che, dopo essere stato un giovane balilla (è nato nel 1921, nel 1922 ci fu la Marcia su Roma), lo portarono a ribellarsi al fascismo ed a partecipare in prima persona alla Resistenza. Il suo è stato un lungo excursus sulle ragioni nobili della emancipazione dell’umanità verso la democrazia e la libertà, a partire dalla rivoluzione francese per arrivare all’ONU ed ai giorni nostri.
Del suo discorso mi è rimasta impressa la sua commossa lettura di quella che si può a buon diritto considerare la progenitrice della Costituzione italiana: la  Costituzione della
Repubblica Romana, nata dall’eroico tentativo di Mazzini, Garibaldi e altri valorosi patrioti di creare nel 1849 il primo stato democratico nella penisola italica. È da essa che i nostri padri Costituenti, forgiati dalla lotta di Liberazione, presero le mosse per redigere l’attuale Costituzione.

PRINCIPII FONDAMENTALI

I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

II. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.

III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.

V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.

VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

VII. Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.

VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

Cara Redazione,

nell’articolo “Stazzema, una strage ordinata per rappresaglia” pubblicato sul “Il Giornale dell’Ateneo” dell’Università di Pisa in cui si pubblicizza, più che recensire, il libro del Prof. Pazzino “Sant’Anna di Stazzema, storia di una strage”, vi sono dei passi che ho trovato disturbanti – e ciò maggiormente per il fatto di essere inseriti in un notiziario che dovrebbe essere il più possibile condiviso.

Capisco che l’argomento trattato sia alquanto delicato, specialmente in considerazione dei recenti avvenimenti che lo hanno riportato alla ribalta delle cronache.

Non è inoltre mia intenzione esprimere giudizi su un libro che non ho ancora letto.

Tuttavia mi stupisce il tono che mi è parso “aprioristicamente” magnificatorio per un libro che tratta la questione delle presunte “responsabilità” in modo, a quanto mi è dato di capire, velatamente polemico con chi – non ultimo il Tribunale militare di La Spezia che recentemente ha sentenziato sull’argomento – sostiene la tesi di una volontà puramente persecutoria da parte dei nazisti .

Cito un esempio che mi pare significativo del tono acriticamente promozionale (voglio essere aperto alla possibilità che ciò dipenda da un se pur discutibile senso di “appartenenza” e non ad una implicita adesione ai contenuti da parte della redazione) dell’articolo.

In un passo si riporta, in virgolettato e quindi come citazione delle parole dell’autore, una frase che da valutazione personale dell’autore diviene, a mio parere ed a causa della assenza di un minimo commento critico, quasi un assunto avallato dall’articolista.

Riporto: “(…) quella di Sant’Anna fu un’azione di ripulitura, una risposta violentissima ad uno stillicidio di attacchi partigiani ad uomini e mezzi tedeschi.”

Che vi sia un nesso causale (correggo dal refuso “casuale” riportato nell’articolo) tra le azioni partigiane e le stragi in Versilia, così come a mio parere in tutte le stragi perpetrate dai nazisti tra il ’44 ed il ’45, ritengo sia un fatto innegabile.

Nel senso che è innegabile che le stragi criminali e le nefandezze commesse dai nazisti (non semplicemente “tedeschi” ma anche occupanti belligeranti) non si sarebbero verificate se la popolazione li avesse accolti trionfalmente e supportati durante l’occupazione del territorio italiano.

Ma anche nel senso che è innegabile che la stragrande maggioranza della popolazione italiana sottomessa all’occupazione nazista con l’appoggio succube-sodale dei repubblichini, a prescindere dalle posizioni piu’ variegate esistenti prima della caduta del fascismo nel ’43, abbia vissuto tale occupazione come una insopportabile ma difficilmente eliminabile piaga che si succedeva e si sommava alle privazioni (nelle condizioni di vita e negli spazi di libertà) già causate dalla guerra.

Allora cosa si intende con “ripulitura” se non, appunto, l’annientamento dell’intera popolazione “non collaborante” ?

E che significa individuare un nesso causale se la causa è l’esistenza stessa di un esercito occupante, e se l’unica possibilità di ribellione consisteva nel mettere in gioco la propria vita, assieme a quella dei propri familiari, amici, compaesani, per creare le premesse se non le condizioni per un cambiamento ?

Per quanto diverse e a volte divergenti, le interpretazioni dei singoli fatti non dovrebbero mai far perdere di vista il significato piu’ ampio del contesto in cui gli eventi oggetto di discussione si sono svolti, contesto che solo ci permette di distinguere un quadro “storico” da uno “giornalistico” …

Cordialmente

Valter Castelvetro
(figlio di partigiano, memore, seppure indiretto, degli eventi che la storia ci ha tramandato e spero continui a tramandare, e come tale attento al loro significato per le generazioni a venire)

Secondo alcuni cosiddetti storici “il genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista non sarebbe mai avvenuto, mentre il mito dell’Olocausto non sarebbe altro che una gigantesca messinscena, funzionale alla demonizzazione della Germania nazista, alle politiche sotterraneamente perseguite dai circoli ebraici mondiali, alla creazione e alla difesa dello Stato d’Israele” (da Wikipedia).
In merito, semicasualmente su Facebook ho incontrato questo testo, scritto da Enzo Ciampi, che mi sembra esemplare per comprendere il fenomeno: un testo che merita di essere diffuso per il modo sintetico, chiaro e diretto con cui affronta l’argomento dal punto di vista storiografico.

Chi pensa che i negazionisti rappresentino una minoranza esigua, destinata ad estinguersi, o a restare emarginata, si sbaglia. Sono destinati ad aumentare, soprattutto fra i più giovani. Cattivi maestri, travestiti da ricercatori di verità storiche, seminano nel campo dell’approssimazione, dell’ignoranza, del qualunquismo. In molti Paesi esiste una legislazione penale – peraltro molto discussa – contro chi nega pubblicamente la Shoah, che ha già creato precedenti giuridici con alcune sentenze eclatanti. Ma nell’era del web il messaggio negazionista circola per mille rivoli , riaffiora nella musica rock, in circoli pseudoculturali, o nelle manifestazioni di disagio sociale. Le difese non sempre sono efficaci, perchè il negazionismo è subdolo e sa mimetizzarsi. La prima difesa è sapere esattamente chi sono, cosa dicono, come lo dicono, e perchè lo dicono.

DODECALOGO DEL NEGAZIONISTA 
(se li conosci, li eviti) 

1. Revisionismo e negazionismo sono due cose completamente diverse. Il revisionismo discute sull’interpretazione dei fatti, il negazionista reintepreta la Storia occultando i fatti. Il negazionista si proclama quasi sempre revisionista. Il revisionista, se è in buona fede, quasi mai è negazionista.

2. Il negazionista ama proclamarsi non-antisemita. Non darà mai pubblicamente seguito alle teorie razziali del Terzo Reich. Di solito si definisce anti-sionista, e in base a questo dà per scontato che esistesse, in Europa, un problema causato dal sionismo internazionale, alleato del marxismo per effetto di una cultura materialista di matrice ebraica; problema che però – a suo dire – non doveva essere risolto con lo sterminio.

3. Il punto di partenza del negazionista è il Processo di Norimberga. Per lui il processo , costruendo artificialmente la categoria giuridica dei “crimini contro l’umanità, era basato sulla “giustizia dei vincitori” , tesa a cancellare la realtà storica.

4. Per il negazionista, il vero obiettivo della “giustizia dei vincitori” era creare un un debito morale nei confronti degli ebrei, volto a consentire la creazione dello Stato di Israele, in parte finanziato dai debiti di guerra che la Germania fu obbligata a pagare per molti anni al governo di Tel Aviv.

5. Per il negazionista, tutte le accuse formulate a Norimberga riguardo alla politica di sterminio furono costruite a tavolino con immagini scioccanti, testimonianze di sopravvissuti, confessioni estorte, cifre e documenti che la difesa dei criminali nazisti non era in condizione di confutare. Ciò secondo un piano di disinformazione che gli Alleati avevano già maturato prima della fine della guerra.

6. Per il negazionista, non esistono prove del fatto che in luoghi come Auschwitz-Birkenau avvennisse lo sterminio sistematico degli ebrei. Ne consegue che la cifra finale di 6 milioni costituisce un falso storico dalle proporzioni enormi. Non si nega che molti ebrei morirono, ma in misura venti volte inferiore. Vittime della guerra e del lavoro forzato, non di un’organizzazione pianificata dell’eccidio.

7. Per i negazionisti, esistono invece numerose prove scientifiche e logiche che gli impianti dei lager non avrebbero mai potuto, a loro avviso, consentire l’ultizzo delle “camere di disinfestazione” per usi diversi da quello dichiarato; mentre i forni crematori avevano uno scopo “igienico” per l’alta mortalità nei campi a causa delle malattie e delle ristrettezze inevitabili in tempo di guerra; e comunque non erano idonei alla cremazione di quantità di cadaveri come quelle imputate ai nazisti. Altri sostengono addirittura che i forni crematori che tuttora si vedono furono fabbricati appositamente dagli Alleati alla fine della guerra.

8. Il negazionista è minuzioso nella cura dei particolari, ed ha spesso l’abilità di separarli dal contesto e di collegarli fra loro in base a ciò che intende dimostrare. Il negazionista sa tutto sulle tracce che lo zyklonB può lasciare in un ambiente chiuso. Sul numero di morti che in un giorno possono essere causati dall’intossicazione da gas in ambienti di determinate dimensioni. Molti siti negazionsiti producono migliaia di pagine di atti dei processi contro criminali nazisti, in primis Norimberga, insieme ad analisi dettagliate nelle quali intendono dimostrare come le testimonianze fossero contradditorie o manipolate, arrivando perfino a sottolineare gli errori di traduzione, le sviste nella trascrizione dei nomi, o nell’identificazione di alcune persone.

9. Con la stessa metodologia “asettica”, i negazionisti sostengono che non ci sono prove storiche sull’esistenza di ordini di Hitler volti ad autorizzare una politica di sterminio. Mentre ne esisterebbero sull’ipotesi di una loro deportazione massiccia nell’Est europeo, o in altri luoghi – Palestina esclusa – e addirittura di proposte fatte agli Alleati, per canali diplomatici indiretti, perchè si facesseroi carico della diaspora, accogliendo gli ebrei come profughi. La deportazione di massa, e non lo sterminio, sarebbe stato l’unico oggetto della famosa conferenza di Wansee, gennaio ’42, che per alcuni storici rappresentò l’inizio della “soluzione finale”.

10. Il negazionista ama sostenere che i veri crimini di guerra della Seconda Guerra Mondiale furono commessi dai sovietici e dagli Alleati. Citano Hiroshima, il bombardamento di Dresda, la morte per fame di centinaia di migliaia di soldati tedeschi caduti prigionieri dei russi. Citano in continuazione l’episodio delle Fosse di Katyn (l’eccidio di ufficiali polacchi avvenuto ad opera dell’Armata Rossa) che a Norimberga fu aggiunto ai capi di accusa a carico dei nazisti. Non negano la spietatezza mostrata da Wehrmacht ed SS nelle zone da loro occupate, ma la sublimano nel quadro di una immane e mortale lotta fra civiltà, che richiedeva mezzi straordinari, praticati da tutte le parti in conflitto.

11. Secondo i negazionisti, USA e URSS hanno avuto eguali responsabilità , nell’immediato dopoguerra, nell’alimentare la percezione dell’Olocausto nei termini in cui sarebbe stato imposto alla pubblica opinione. Ciò per ragioni ideologiche (URSS) o per scopi di egemonia economica e militare (USA), come l’appoggio fornito ad Israele dagli americani starebbe a dimostrare. Il complotto giudaico-massonico- plutocratico che Hitler e Mussolini denunciavano negli anni ’30, non solo era reale, ma sarebbe tuttora operante.

12. Il negazionista spesso si accontenta non di convincere, ma di insinuare il dubbio. Facendo leva sul fascino dell’antistoria, o della “Storia segreta”, sul gusto del complotto, su tendenze individuali ad essere “anticonformisti” e refrattari ad accettare verità standardizzate, fanno passare subdolamente l’idea che su quanto accadde sessant’anni fa sono state raccontate, per decenni, menzogne, o almeno verità parziali, o manipolate. In tal modo “depurano” l’esperienza storica del nazismo e del fascismo dall’aspetto più orribile che la caratterizzava. Facile intuire che il passo successivo sia l’inizio di una riabilitazione di quelle esperienze.

A tutto questo aggiungo solo una cosa: i “negazionisti” semplicemente IGNORANO l’esistenza di tutti coloro che sono sopravvissuti proprio a ciò che non sarebbe mai esistito. 

È stato presentato tempestivamente il 23 giugno del 2008 dal governo Berlusconi – ma soltanto da pochi giorni l’opinione pubblica ne conosce l’esistenza – il Disegno di Legge n. 1360 che prevede l’istituzione dell’Ordine del Tricolore. Si tratta dell’ultima puntata di un percorso iniziato alla fine del XX secolo (nel 1999) su indicazione del Presidente Ciampi, volto a dare un riconoscimento sul modello dei Cavalieri di Vittorio Veneto ai combattenti inquadrati nelle forze dell’Esercito italiano nella 2ª guerra mondiale, stravolto poi,  strategicamente, sempre dal governo Berlusconi, dal Disegno di Legge n. 2244 del 2004 sul  ”riconoscimento quali belligeranti dei militari della Repubblica Sociale Italiana”, che provocò una mezza sollevazione popolare e che alla fine fu abbandonato. Naturalmente

non s’intende proponendo l’istituzione di questo Ordine sacrificare la verità storica di una feroce guerra civile sull’altare della memoria comune, ma riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità

[tra partigiani e nazifascisti, tra soldati dell'Esercito Regio e miliziani della Repubblica di Salò, tra vittime e carnefici]

di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia 

[da cui è nata la nostra Costituzione repubblicana];

nello smarrimento

[quasi]

generale, anche per omissioni di responsabilità ad ogni livello istituzionale, molti combattenti, giovani o meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e «imperiale»

[notare le virgolette]

del ventennio

[fascista],

ritennero onorevole la scelta a difesa del regime

[sempre fascista],

ferito e languente

[notare i toni dolenti];

altri, maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono con la parte avversa

["avversa" a chi? A Noi!],

«liberatrice»

[notare le virgolette],

pensando

[tradotto: illudendosi]

di contribuire a una rinascita democratica, non lontana, della loro

["loro" rispetto a chi? A Noi!]

Patria. Solo partendo da considerazioni contingenti e realistiche è finalmente possibile quella rimozione collettiva della memoria

[un dente cariato, sembra]

ingrata

["ingrata" a chi? A Noi!]

di uno scontro che fu militare e ideale, oramai lontano, eredità amara 

[il dente cariato]

di un passato doloroso

[troppo cariato - ancora brucia],

consegnato per sempre alla storia patria.”

Da notare che il DL prevede la corresponsione di un assegno vitalizio ai superstiti e la compresenza nel consiglio dei reggenti del novello Ordine, accanto ai rappresentanti militari delle Istituzioni repubblicane, delle Associazioni combattentistiche ed al presidente dell’ANPI (Ente morale nato nel 1945), del presidente dell’Istituto storico della Repubblica Sociale italiana (!!!).
In proposito Giuliano Vassalli, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha detto la sua.
Tornando al DL del 2004, nell’occasione avevo avuto modo di corrispondere via email con un mio amico consigliere comunale, il quale aveva inizialmente assunto una posizione “agnostica” sull’argomento. 
Credevo che la questione fosse stata seppellita per sempre, ma sembra proprio che con la Destra filofascista non ci sia mai tregua e quel testo ritorna suo malgrado attuale, per cui ho pensato di recuperare la email e pubblicarla qui (sfrondata delle parti non interessanti ai fini di questo MLog).
Dopo averla inviata, l’avevo fatta vedere anche a Mario, che aveva voluto che gliene procurassi una copia da conservare tra le sue carte, ov’è tuttora.
 

Caro amico

[...] ho seguito sulla stampa e sulle mail la questione del disegno di legge sul riconoscimento dello status di belligeranti ai repubblichini di Salo’. [...] La prima volta che ho sentito parlare della questione è stato per bocca di mio padre, ex partigiano e presidente dell’ANPI sez. Valconca, scandalizzatissimo.

Sinceramente, di primo impatto la cosa mi è apparsa meno ovvia di come apparisse a lui, poco più di una quisquilia linguistica o un dettaglio giuridico: belligerante significa colui che fa la guerra – pensavo – i repubblichini facevano la guerra, quindi dov’è il problema?

Ho provato a discutere con lui, ma dal suo punto di vista l’innammissibilità di tale disegno era così assurdamente evidente che non c’erano neanche discorsi da fare: in effetti, in tanta parte della sinistra appena si toccano dialetticamente certi argomenti sembra che ciò automaticamente significhi appoggiare la parte avversa, quando invece c’è solo volontà di comprensione profonda; posso capire questo atteggiamento negli anziani – ne han viste di cotte e di crude – ma non lo ammetto facilmente nei giovani.

Nei mesi successivi ho letto saltuariamente articoli sull’argomento sui quotidiani o sulle riviste [...].

Credo che ci sia stata confusione tra valori ed ideologie, tra politica e giurisprudenza, tra Governo e Partito (fascista) [...].

Non è il mio campo, ma sono andato a leggere il disegno di legge ed ho notato che tanti ragionevoli ragionamenti nella relazione allegata facevano riferimento ad una unica sentenza del Tribunale militare, del 1954, come se non ci fossero stati numerosissimi alternativi pronunciamenti precedenti e successivi; nel medesima relazione ho letto come alla fin fine i partigiani stessi fossero in teoria (sua) da considerarsi ‘non belligeranti’ e quindi semplici ribelli (a quale legge?) e come di tutta la scena storica si rappresentasse solo il quadretto che interessava il relatore.

Bisogna anche dire che la questione all’inizio era più scottante, in quando il DL proponeva il riconoscimento e la trascrizione dello status di ‘belligerante’ sul foglio matricolare dell’Esercito italiano: in pratica si diceva che i militi della RSI che avevano combattuto CONTRO l’Esercito dello Stato italiano avevano semplicemente fatto il servizio militare per quello stesso Stato… beh, questa era veramente grossa, e infatti l’articolo 2 è stato completamente eliminato. Togliere 1 comma su un DL composto da 3 vorrà pur dire qualcosa.

Ho dato anche un’occhiata ad un dizionario etimologico (tanto per chiarirmi le idee) e alla voce “belligerante” ho trovato la seguente definizione: “Condizione di uno Stato in guerra comportante diritti e obblighi in campo internazionale”.

Ho scoperto così che la dizione “belligerante” ha un significato ben più esteso (e ben più subdolo, in questo caso) di quanto pensassi inizialmente: non si tratta solo di una definizione etimologica ma di un ben più articolato significato che rimanda, nel nostro caso, alla volontà di riconoscimento politico attraverso i mezzi della giurisprudenza. Ma quale giurisprudenza?

E qui ti consiglio di leggere, se non lo hai già fatto e come io ho fatto (sempre per chiarirmi le idee) il commento al disegno di legge scritto tra gli altri da Vassalli e Conso, membri della corte costituzionale.

Molte perplessità.

Certo, con l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’Italia si è trovata spezzata in due, a sud il Governo legittimo e a nord l’occupazione nazista. Lo Stato è scomparso, ma solo temporaneamente, poi la dichiarazione di guerra alla Germania ha chiarito che da una parte c’era lo STATO italiano reale (il Re, ecc.) e dall’altra un tentativo di crearne uno alternativo (la R.S.I.), fantoccio dei tedeschi che avevano bisogno di legittimare la loro presenza sul territorio, ma che alternativo non è mai diventato avendo perso (per fortuna) la guerra. E vogliamo concederlo adesso per legge?

Perchè nel disegno di legge – tra l’altro – si indugia sul presunto diritto al riconoscimento dei non renitenti alla ILLEGITTIMA ‘leva repubblichina’ che in quanto timorosi delle conseguenze avevano accettato di arruolarsi nell’esercito della RSI? il timore sancisce un diritto? e i non timorosi che sono stati per questo motivo fucilati dai nazifascisti o si sono arruolati nelle bande partigiane? Rasi e Spinelli, nella logica perversa del disegno, sarebbero stati fucilati giustamente (essendo stati giudicati “disfattisti” e “conniventi col nemico” da un tribunale di guerra chissaperchè tedesco, anche se loro erano concretamente innocenti) e pertanto i loro fucilatori ‘in buona fede’ avrebbero agito correttamente e quindi sarebbero degne persone che hanno però accidentalmente combattuto dalla parte che ha perso? qualcosa mi dice che non può essere così (in questo caso, lo ammetto, mi guida più l’istinto che la logica).

Come ogni ragionamento che si rispetti, esso andrebbe traslato per estensione e per paradosso, per verificarne la logica: in questo caso i briganti che nell’800 nel sud Italia si erano opposti all’esercito del nuovo Regno d’Italia sarebbero da considerarsi pure essi ‘belligeranti’?

In verità tutti questi dubbi rappresentano una minimissima parte del contenzioso che aprirebbe l’approvazione del DL: esso appare a tutti gli effetti un cavallo di troia revisionistico fortemente voluto dalla destra italiana. Ed il fatto che lo voglia AN (erede del MS, a sua volta erede del regime fascista) non può non destare fortissime perplessità, a priori.

Un “a priori” che non è dogmatismo od “ideologia” ma che nasce dall’analisi storica e da una visione politica.

Il loro desiderio di ‘pacificazione’ (che di fatto c’è già stata nel dopoguerra con l’amnistia voluta da Togliatti) è in verità un desiderio di rivalsa storica: dichiararsi uguali per poi dichiararsi superiori (eticamente e politicamente parlando).

Tanto più quando la ‘giustizia’ di questi signori in ogni modo tenta di sabotare subdolamente il ‘non pacificatore’ anniversario del sessantesimo della Liberazione.

Credo che ogni idea vada difesa comunque, ribadendo sempre – anche ritualmente – la sua verità, perchè il dubbio e la dimenticanza appartengono alla natura umana, e negli interstizi della coscienza possono sempre svilupparsi germi patogeni: la libertà non è scontata, non si autodifende per virtù propria, va riconquistata continuamente.

Specialmente con il B. al potere.

Certo, forse tra cent’anni queste questioni non avranno luogo e certo se i repubblichini avessero vinto la guerra ora i ‘non belligeranti’ sarebbero i partigiani (mi sbudello dal ridere e mi vien da piangere se immagino la situazione alla rovescia), ma così non è ed ogni discorso vale nel momento storico in cui viviamo.

Tratto dal Dizionario della lingua italiana di Leonardo Bendini, citato da Cesare De Simone nel suo libro Gli anni di Bulow (Mursia, 1996).

Il sostantivo latino corrisponde al greco mnème; non indica solo la facoltà di ricordare ma anche “avvenimento”, “fatto” o addirittura “epoca”, “età”, “complesso di eventi”. Rimanda infatti a maneo, ovvero “ciò che resta”, “ciò che dura”, che a sua volta rimanda alla radice sanscrita man e a quella indoeuropea men, ossia “uomo”, “vita”, insomma il persistere di una forma vitale.

Alla messa privata seguita la funerale laico, il figlio Tiziano, maestro di violino al Conservatorio di Cagliari, ha dedicato al padre.

Bella Ciao

Testo del discorso commemorativo tenuto dal figlio Maurizio in occasione del Consiglio Comunale Straordinario del Comune di Cattolica tenuto il 13/9/2007.

Mario ha vissuto la sua giovinezza in un piccolo paesino che si chiama Castiglione di Ravenna.
E’ una zona della Romagna dalle solide tradizioni democratiche e dialettiche, simbolicamente indicate dalla presenza – in un paese ad economia agricola che oggi non raggiunge i 2.000 abitanti e che nel dopoguerra ne aveva ancora meno -  di due case del popolo dirimpettaie, una dei Repubblicani e l’altra dei Comunisti.
Queste erano nel suo paese le uniche strutture sociali esistenti – oltre alla chiesa – e ogni giovane anche solo per dover andare a prendere un caffè si trovava di fatto costretto ad operare una scelta politica.
La squadra di calcio ancora oggi si chiama “Ribelle Castiglione”, con diretto riferimento al “ribelle” della famosa canzone “Fischia il vento”.
Suo padre era repubblicano, quando essere repubblicani significava essere di sinistra e progressista.
Faccio questa premessa per far comprendere l’humus sociale, culturale e politico in cui si è formato.
Sappiamo tutti che mio padre era un personaggio pubblico.
Ma anche nel privato egli aveva due famiglie: quella costituita da sua moglie, i suoi figli, i suoi parenti, e l’altra, più allargata, costituita dal “Partito”.
Apparteneva ad una generazione educata ai miti del fascismo, poi costretta  a operare una scelta di campo decisiva dopo l’8 settembre 1943, formatasi nel mito stalinista del Partito comunista.
Una generazione popolata di figure autoritarie. 
Una generazione nata con la Rivoluzione d’Ottobre, appena successiva a quella dei comunisti che in Russia nel nome del supremo interesse del Partito era stata ingannata ed indotta a farsi eliminare politicamente e fisicamente.
Un Partito che era una Fede, un luogo mentale che forse era anche una Chiesa laica, al cui interno operare attivamente e pragmaticamente per quell’idea progressista di emancipazione dal bisogno e di giustizia sociale in cui ha sempre creduto e per cui egli ha sempre lottato.
Un luogo in cui comunque la discussione critica e la dialettica anche aspra era l’arma necessaria di ogni scelta e di ogni passaggio.
Il dialogo politico con lui era sempre acceso, la sua volitiva natura romagnola non poteva essere frenata.
Per lui il dialogo aveva un suo senso proprio che andava anche al di là del suo esito: il dialogo era uno strumento educativo in sè, che formava le coscienze solo per il fatto di essere praticato.
Durante ogni discussione con lui il suo l’interlocutore doveva dimostrare solo una cosa: di essere profondamente convinto di ciò che diceva, e di essere disposto ad agire conseguentemente
fino in fondo.
O stare zitto se aveva da imparare.
In questo modo non era importante “avere ragione” ma dimostrare a sè stessi ed agli altri di essere convinto della propria “ragione”, poggiarla su basi solide e saperla difendere fino in fondo.
Per questo rispettava e – a modo suo – voleva bene anche agli avversari, quando essi erano degni di questo nome.
Per questo ogni “scagnarata” con lui – in pubblico ed in famiglia – era normale che si risolvesse senza odii, e magari con una pacca sulla spalla.
Per questo non sopportava chi – non avendo idee – fingeva di dialogare senza dire nulla,
chi praticava invisibili strategie personali,
chi viveva la politica “alla giornata”, senza visioni più ampie e strategiche,
chi era animato solo da ottusi pregiudizi
o – peggio di tutti – chi gli impediva di esprimere la propria opinione.
Anche per questo era un sincero democratico.
Personalmente posso dire di aver visto attraverso lui fino all’ultimo suo giorno una visione positiva della politica, la visione di una politica con la P maiuscola.
Certo, non la Politica pura ed astratta dei libri e dei trattati, ma quella vissuta in prima linea tutti i giorni attraverso i complessi meccanismi della democrazia rappresentativa, con i suoi altissimi ideali e i suoi compromessi quotidiani, sempre però illuminata da una visione disinteressata e di ampio respiro, necessariamente strategica, “al servizio” del cittadino e delle sue mutevoli esigenze, mai dimentica delle basi da cui traeva autorità ed autorevolezza.
Voglio qui ricordare un episodio, piccolo ma significativo, che dimostra – se ve ne fosse bisogno – quanto gli fosse connaturato il pensiero politico.
Tra le tante attività collaterali che svolgeva, naturalmente in maniera disinteressata, una era l’amministratore del suo condominio.
Alcuni anni fa un giovane condomino, appena arrivato,  si scontrò con i modi bruschi di Mario, e, armato di alcune valide ragioni, ritenne opportuno chiedere una riunione che prevedeva all’ordine del giorno la rimozione e sostituzione dell’amministratore, raccogliendo varie adesioni.
Mio padre – stupito dell’improvvisa ostilità – applicò in quell’occasione una tale serie di articolate manovre tattiche che non posso che definire “politiche” le quali, a partire dalle sue annunciate dimissioni, terminarono con la unanime richiesta di riconferma come amministratore, anche da parte del nuovo giovane condomino.
Mario, alla fine della riunione, con un sorriso aperto gli tese la mano, chiedendo ed ottenendo la pubblica riappacificazione.
Questa era – secondo me – la quintessenza della politica, l’idea che la persona con cui ti scontri non è un avversario da demolire, è una persona con cui puoi sempre discutere ovvero conoscere
e che puoi sempre – per così dire – “rieducare”.
Ovviamente purchè esista lealtà tra le parti o, per meglio dire, buonafede.
Certamente anche a causa della sua professione di insegnante, la sua è sempre stata una idea costruttiva, mai distruttiva.
In questo senso ha sempre voluto agire “a favore” e non mai “contro”.
Quando per qualche motivo per lui inevitabile si trovava a dover agire a disfavore di qualcosa, immediatamente ne cercava la contropartita positiva, utile, vitale, che permettesse non di accumulare solo rovine su cui piantare la propria bandiera ma di aggiungere un ennesimo mattone per la costruzione di quella società di giustizia ed uguaglianza cui ha sempre teso.
E’ stato chiesto, da lui stesso e da altri: chi sarà in grado di sostituire la sua figura?
La risposta è una sola: da nessuno.
Io non credo che la sua personale figura sia sostituibile da nessuno per un semplice motivo: ha vissuto dall’interno – dalla parte dei protagonisti – il dramma di un periodo terribile della storia, di cui noi oggi possiamo solo raccogliere e osservare le testimonianze.

Nessuno può riviverlo e – soprattutto – nessuno deve più trovarsi in condizioni di riviverlo.

Perchè ciò avvenga occorre avere ben presente – sempre – che le condizioni in cui tali terribili eventi si sono formate possono ricrearsi, seppure in altra forma, se manca la conoscenza, la consapevolezza e memoria della nostra storia di Italiani e di Europei.
Per esprimere il suo concetto di Memoria – quello in nome del quale aveva in questi ultimi decenni intrapreso come vicepresidente dell’ANPI provinciale numerosi impegni tra lezioni alle scolaresche, viaggi in luoghi di eccidi e come delegato ai Convegni nazionali – vale quello che è ancor oggi scritto sul monumento ai Caduti di Cattolica, quel monumento che lui si è sempre crucciato di vedere privato della sua centralità civica: L’ITALIANO PER BEN VIVERE DEVE BENE RICORDARE.
Citando un famoso testo di Brecht, da lui ricopiato e diffuso in una delle sue numerose operazioni di volantinaggio scolastico:

E VOI, IMPARATE CHE OCCORRE
VEDERE E NON GUARDARE IN ARIA
OCCORRE AGIRE O NON PARLARE.
QUESTO MOSTRO STAVA, UNA VOLTA,
PER GOVERNARE IL MONDO!
I POPOLI LO SPENSERO;
MA ORA NON CANTIAMO VITTORIA
TROPPO PRESTO:
IL GREMBO IN CUI NACQUE E’
ANCOR FECONDO.

Il nucleo centrale di tale metodo di recupero e sostegno della memoria storica è rappresentata
- dal ricordo della politica e sopratutto della ideologia che ha portato alla guerra,
- dal ricordo degli orrori della guerra,
- dalla presa di coscienza popolare,
- dalla lotta di liberazione dalla barbarie nazista e fascista,
- dalla nascita delle Istituzioni democratiche,
- dalla applicazione dei princìpii universali nati da quella lotta.
Questo il senso della sua missione di educatore degli ultimi anni.
Questo il senso della trasmissione di un testimone e non solo di testimonianza che aveva in mente.
Per questo il suo obbiettivo erano i ragazzi delle scuole, ma anche e soprattutto gli insegnanti.
Tutto il resto era pura nostalgia e quindi inutile agli altri e quindi poco interessante, salvo quando incontrava i suoi primi compagni di lotta partigiana, che spesso erano anche suoi compagni d’infanzia.
Sapeva che il periodo della lotta armata era terminato, che i partigiani – come i garibaldini nell’800 – non potevano che scomparire per esaurimento naturale, ed ha sempre operato perché l’ANPI non fosse semplicemente una associazione di reduci, ma una associazione viva, aperta ai giovani (ovviamente non partigiani per motivi anagrafici), e quindi capace di evolversi e continuare a svolgere una azione viva ed educativa nella società.
Non penso di tradire il suo pensiero se affermo che gli era ben chiaro che la nuova guerra da combattere non era più contro il nazifascismo ma contro il pericoloso oblio della sua memoria, o meglio delle mutevoli forme in cui esso poteva rigenerarsi: una guerra non più sua ma di tutti, una GUERRA IDEALE per una PACE REALE.
Combattuta sempre e solo nell’arena democratica, mai più nelle strade, nelle campagne, nelle montagne.
Questo era il suo compito, che ha svolto fin che ha potuto e che aveva già in programma di svolgere per il futuro.
Purtroppo così non è stato.
L’ultima battaglia che ha provato a combattere è stata la sua personale, ed anche lì – sul letto della sala di rianimazione – ce l’ha messa tutta.
Voglio ringraziare a nome della mia famiglia e dei miei parenti la città intera per l’affetto e la riconoscenza dimostrata, il Sindaco, la Giunta ed il Consiglio Comunale come Istituzione e come persone, i rappresentanti di tutti gli Enti democratici, i Partiti ed ai movimenti politici che hanno espresso le loro condoglianze, l’A.N.P.I. nazionale, regionale, provinciale e comunale, gli educatori che hanno con lui collaborato, gli amici tutti.
Credo di interpretare il suo pensiero se dico che la centralità della sua memoria pubblica – del suo ricordo – non debba essere rivolta alla sua persona, in una ottica personalistica da lui sempre aborrita, ma attorno al costante e non rituale riconoscimento dei momenti educativi ed istituzionali che indichino le radici ed i valori su cui si regge la nostra bellissima Costituzione, che lui ha contribuito a far nascere.
Non il ricordo della sua memoria, ma il sostegno non retorico delle idee per cui ha combattuto, che poi sono le idee di tanti di noi: questo per lui sarebbe un bellissimo riconoscimento, nella speranza che vengano attuati quegli ideali ben rappresentati dal senso originale delle parole – che erano anche la denominazione di alcuni reparti partigiani – Giustizia e Libertà.
Grazie Mario e grazie a voi.

Ciao nonno, volevo dirti che sei stato un grande nonno per me, anzi un super-nonno e che rimarrai per sempre nella mia memoria.
Di una persona come te non si può dire “non c’è più”, la tua presenza infatti, anche se non più materiale e visiva, è forte e prepotente di vita in mezzo a noi.
Io sento che ci sei ancora.
Sei un nonno forte, ironico, buffo, serio, intelligente, dinamico, vitale e hai lasciato una grande traccia in me (e non credo di essere la sola).
Sono stata una nipote un po’ strana per i tuoi parametri… tu ateo io credente, tu cacciatore io vegetariana, tu sopraffino amante dei vini io astemia, ma, nonostante questo, tu eri soddisfatto di me e io conservo un bellissimo ricordo di tutti i sabati passati insieme.
Mi tornano in mente tanti episodi e momenti con te, dai più memorabili come il mio 18° compleanno, le aquilonate, le festività… a quelli più piccoli e apparentemente insignificanti.
Mi mancherà il tuo saluto allegro tutte le volte che venivo a trovarti, mi mancheranno tutti i racconti culinari e “macabri” di come pulivi il pesce, mi mancheranno tutte le tue storie di quando eri bambino e ragazzo, tanto assurde e divertenti che parevano frutto della fantasia.
Non andremo più a prendere il gelato insieme.
Non faremo più a gara su chi ne sapeva di più su piante e animali (anche se era scontato che vincevi sempre tu).
Ogni volta che ripenso a te trattengo a stento un sorriso e una una lacrima…
Potrei scrivere libri e libri solo sui momenti belli assieme.
Ti sei sempre battuto per mille cause, eri sempre con l’agenda piena piena di impegni… anche a 85 anni!
Avevi sempre qualcosa da fare e, puntualmente, quando era ora di mettersi a tavola, sparivi, per poi ricomparire poco dopo… magari con qualche sorpresa per noi!
Hai combattuto fino all’ultimo, nonno. Ma questa è stata solo una mezza sconfitta: il tuo ricordo è pura energia e vita per tutti… il tuo ricordo non muore. E se il ricordo non muore non muori neanche tu… non era forse questo che avresti voluto?
Un nonno dolce e frizzante come te come si può dimenticare?
Mi sarebbe piaciuto farti diventare bisnonno, ma purtroppo il tempo della terra si è fermato troppo presto.
Sono sicura, però, che rimarrai sempre con noi, con la nonna, il babbo, gli zii, le tue nipoti e le centinaia di persone che ti ammirano, ti stimano e ti hanno voluto bene.
La tua vita, nonno, è come un fiume: come la sua acqua anche tu sempre in movimento e attività; come i diversi terreni che esso attraversa così sono stati i momenti della tua vita dalla guerra, alla scuola, alla famiglia; come esso  inonda le sponde così tu sei stato espansivo e presente; come come il fiume che lungo la sua strada raccoglie cose che poi rilascia in altri luoghi, così tu hai raccolto esperienze ed emozioni e e le hai rilasciate e trasmesse a noi che non eravamo presenti; come l’acqua che scavalca le rocce così tu hai superato gli ostacoli della tua vita… e proprio come il fiume che si butta in mare, così ora è la tua vita… non è finita, è solo cambiata.
Non dobbiamo disperarci: tu eri per la vita, non per la morte, per la felicità, non per la tristezza… e poi, in fondo, non si tratta di un addio, ma di un arrivederci… proprio come l’ultima parola che mi hai detto.
Spero di diventare un degno esempio del tuo ideale di battersi per le cose in cui si crede.
Con affetto (tanto affetto!)

Marina

Questo blog è dedicato a Mario Castelvetro, un Italiano che dal 2007 non è più tra noi.
Un luogo immateriale in cui verranno ospitati documenti politici e non, suoi o su di lui e comunque legati al mondo materiale e ideale di un uomo che deve la sua formazione etica e politica alla scuola di lotta e di democrazia della 28a Brigata Garibaldi, comandata dall'amatissimo Arrigo Boldrini.
L'ordine cronologico rispetterà le date di creazione dei testi.
Un "Memory Blog" su e per Mario, dunque, ma anche un contenitore dinamico di informazioni su fatti, luoghi, personaggi (ancora) contemporanei.
Cercando di essere fedeli a quei valori che ha saputo trasmettere di umanità, giustizia, senso del dovere, onestà materiale ed intellettuale, senza ambizioni che non fossero quelle di essere utile ai suoi simili - nel senso comunista del termine.

A cura di Maurizio Castelvetro


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